Questa scherma fu seguitata contro l’arciduca Massimiliano, destinato governatore del Lombardo-Veneto, e che cercava tutti i modi di farsi perdonare l’essere straniero. Acquistò così una popolarità che dava ombra, come un ostacolo alla meditata annessione: e perciò fu scalzata in tutte le maniere. Fra le quali scaltrissimo fu il divulgare che alcuni ordissero di farlo re del Lombardo-Veneto; arma a due tagli che lo faceva sospetto alla Corte viennese, e insieme bestemmiare dagl’Italiani come un impedimento all’emancipazione.
Tutto ciò aveva accumulato materie incendiarie, quando, al ricevimento del Capodanno 1859, l’imperatore de’ Francesi, invece de’ soliti complimenti, disse all’Hübner, ambasciatore austriaco: «Duolmi che le nostre relazioni col vostro Governo non sieno più così buone».
Conturbossi l’Europa a quel motto, scaddero le azioni pubbliche: ne trasalirono di gioja gl’italiani, come ad intimazione di guerra: guerra fu il grido generale; l’Austria credette doversi munire movendo in qua il terzo corpo d’armata: il Piemonte raddoppiò i preparativi, e sollecitò la fuga dei coscritti e la migrazione de’ giovani lombardi; lo che divenne una moda, alla quale il sottrarsi costava insulti e peggio: il generale Garibaldi preparavasi, e domandò denari per procacciare un milione di fucili.
Il re di Piemonte, nell’aprire le Camere a Torino, professava di «non essere insensibile alle grida di dolore che da tante parti d’Italia si levavano verso di esso», col che costituivasi centro de’ lamenti e oggetto delle speranze.
Vi si aggiunse il matrimonio del principe Napoleone, cugino dell’imperatore, colla figlia del re di Sardegna, celebrato nel gennajo.
Il Governo fece dal Parlamento autorizzare un prestito di 50 milioni per resistere alle minaccie dell’Austria, e dirigeva una Nota alle Potenze (4 marzo), assicurandole che tutti i provvedimenti non erano che difensivi. L’Austria anch’essa diramò Note (5 e 29 marzo) mostrando com’essa non desiderasse di meglio che di essere lasciata tranquilla negli Stati garantitile dai trattati, e di poter effettuarvi miglioramenti, i quali però erano stati cento volte promessi, e cento volte falliti. E le Potenze rispondeano assicurazioni di pace e la conservazione delle cose esistenti; i liberali sinceri temeano questa guerra, persuasi che dal conflitto di principi con principi non può uscire se non il despotismo. Russel disapprovando il contegno del Piemonte, assicurava che all’Italia niuna cosa gioverebbe meglio che le trattative diplomatiche. Una nuova Nota del Cavour (7 marzo) alle intimazioni del Governo inglese rispondeva, i suoi provvedimenti non essere che difensivi, nè farebbe se non «una propaganda pacifica onde viemeglio illuminare l’opinione italiana, e preparare gli elementi ad una soluzione, sì tosto l’Austria disarmando rientrasse nei limiti assegnatile da formali accordi.»
Lord Malmesbury alle Camere inglesi protestava (28 marzo) che nè l’Austria al Piemonte, nè il Piemonte all’Austria avrebbe mosso attacco. E pareva aver ragione, poichè l’Austria mostravasi disposta anche a ritirare le sue guarnigioni dai luoghi occupati, e il papa, con Nota espressa, domandò che sì la Francia, sì l’Austria revocassero le truppe che teneano a Roma e a Bologna, volendo egli «affidarsi alla Provvidenza, che certo non l’avrebbe abbandonato».
La Società Nazionale invece pubblicò un programma ove organizzava il paese per la guerra.
Garibaldi, rappresentante le forze vive della nazione, parea non volesse adoprarsi dal Governo; pure il saperlo venuto più volte a Torino bastò perchè molti giovani dalla Toscana, e più dal Lombardo-Veneto accorressero a prendere servizio in Piemonte, ove si formò a Ivrea un’Accademia militare per formare uffiziali. Questo concorso, più che i parziali conflitti prorompenti qua e là, agitava gli spiriti, poichè non poteva omai sottrarsene alcun giovane che non volesse insulti dagli uomini, sprezzo dalle donne. Il carnevale riesce chiassoso a Torino quanto cupo a Milano: ogni fatto è occasione di dimostrazioni: i giornali attizzano, e non solo divulgano qualunque errore dell’Austria, ma ne inventano; il Governo piemontese chiama sotto le armi tutti i contingenti, e manda fuori un Memorandum, in cui si dicevano all’Austria le più severe parole che mai in diplomazia si fossero formulate, pur confessando che il possesso di essa in Italia era conforme ai trattati e legale.
E l’Austria, stanca della situazione, irritata dalle provocazioni, prevedendo che alle parole minacciose terrebbero dietro i fatti, risolse uscire dal sistema d’aspettazione, pel quale era sempre stata famosa, e mandò un Ultimatum (26 aprile), domandando che la Sardegna sciogliesse i corpi franchi, come condizione preliminare all’accettare il proposto congresso. Era tardi. Se avesse voluto invadere il Piemonte, dovea averlo fatto nel gennajo: ora aveagli lasciato quattro mesi per prepararsi, e alla Francia per ingrossare verso le Alpi: tre giorni dava ancora per rispondere all’intimazione: due altri fece perdere l’Inghilterra per rappiccare accordi; intanto Cavour fa decretare tra immensi applausi la dittatura; e proclama che scopo della guerra dev’essere l’indipendenza d’Italia.