Nella nuova via si posero molti anche repubblicani, e Torino divenne il centro dell’azione italiana, e fattore principale Giuseppe La Farina, profugo siciliano, di pronto ingegno e di forte volere, che da repubblicano risoluto volgeasi allora a sostenere la monarchia, personificata nel re di Sardegna.
Mentre Manin da Parigi proclamava Agitatevi ed agitate, Mazzini da Londra ripeteva: «Non libri ci vogliono, ma cartuccie». Ordironsi dunque nuove cospirazioni. Un pugno d’uomini, partito da Sarzana, invase le terre di Massa (1856 agosto), ma non vi trovò rispondenza. Un altro pugno sollevossi a Cefalù e Girgenti in Sicilia; nel tempo stesso che a Napoli scoppiavano la polveriera e una fregata: e un Milano, soldato, in una festiva rivista al Campo di Marte, avventava un colpo di bajonetta al re. Costui fu mandato a morte, e così il barone Bentivegna, capo di sollevati siciliani; e furono celebrati in versi e in prosa come eroi e martiri e «i migliori de’ figli d’Italia». Anche Pisacane salpava da Genova per isbarcare nel regno, ma sbarcato fu ucciso, e sequestrato il legno. Cavour ne levò rumore come di violato diritto delle genti, e l’Europa lo sostenne: l’Inghilterra mandò in quelle acque una flotta; si minacciò richiamare gli ambasciadori: e il re, malgrado la sua fermezza, dovette restituire il vascello portatore di guerra.
Dalle Legazioni fu mandata al Cavour una medaglia col motto «Che fan qui tante peregrine spade?» e un’altra come al «Solo che la difese a viso aperto», e una spada al Lamarmora col motto «L’antico valore negli italici cor non è ancor morto»: si aprì una soscrizione per munire Alessandria con cento cannoni, un’altra per dare diecimila fucili a quel qualunque paese d’Italia che primo insorgesse.
Ad ogni sobbuglio tentato contro gli altri paesi rinfacciavasi la sicurezza che godeva il Piemonte, senza reazioni, senza corti marziali, senza violazione dello Statuto; garantito unicamente dalle libertà costituzionali e dalla fiducia nel proprio re. Ma ecco appunto in quei giorni scoprirsi in Genova un complotto. La notte 30 giugno 1857 si tenta occupare i forti, incendiare le caserme, uccidere i capi; al tempo stesso che sollevavasi Livorno, e che una nave portava l’insurrezione in Calabria. Il tentativo fu represso colla forza su tutti i punti; ma le indagini d’allora, e più i vanti di poi, rivelarono come una mina fosse preparata sotto tutti i Governi della penisola, non eccettuato quello che stava all’ombra del vessillo tricolore.
Felice Orsini, uno dei più zelanti atteggiatori delle idee mazziniane, nel maggio del 1854 avea tentato una spedizione alle foci della Magra. Entrato poi al servizio dell’Austria, forse per corrompere le truppe, era stato carcerato a Mantova, donde fuggito passò in Inghilterra, e quivi preparò, con altri Italiani, una macchina infernale (1858 gennajo), che lanciò a Parigi sotto la carrozza dell’imperatore mentre andava al teatro. Molte persone innocenti ne restarono uccise o ferite; l’imperatore ne andò illeso: Orsini preso e processato, professò avere operato per amore dell’Italia, che credeva tradita da Napoleone, e morendo la raccomandava a questo, come fosse del dover suo il redimerla.
Vuolsi che questo fatto operasse sull’animo dell’imperatore, il quale viepiù si fissò nel concetto di fare qualcosa per l’Italia, oppure di sostituirvi all’influenza austriaca l’influenza francese. Chiamato Cavour alle acque di Plombières, vi concertò che la Francia ajuterebbe il Piemonte a sbrattare dagli Austriaci il regno Lombardo-Veneto; questo, coi piccoli ducati e l’Istria e il Trentino verrebbe annesso alla Corona sarda, che in compenso cederebbe alla Francia Savoja e Nizza. Dicono si convenisse pure che il Reame toccherebbe a Murat, la Sicilia a un secondogenito di Savoja, a un Buonaparte la Toscana, cresciuta colle Legazioni; tutti legati in federazione, avente a capo il pontefice, il quale modificherebbe il suo Governo sul modello francese.
Tutto stava nel trovare un’occasione, un pretesto di romper guerra all’Austria, e d’allora tutte le mire furono volte a ciò. S’incalorì quindi la stampa, furibonda in Italia, in Francia alternantesi fra ingiurie violente e ipocrite disdette. Quivi, sotto il nome di Lagueronnière, uscì un opuscolo ove, commiserate le condizioni d’Italia, proponevasi un rimpasto di essa in federazione: nessuno degli Stati presenti verrebbe alterato, salvo dare un incremento alla Toscana, che diverrebbe quasi il punto d’appoggio al bilanciarsi dei due maggiori Stati della settentrionale e della meridionale Italia: il papa capo della federazione italica, gran cancelliere di essa, come della germanica era un tempo l’arcivescovo di Colonia.
Di ciò tutto, più o meno apertamente discutevasi nei giornali, che a centinaja erano pullulati in Italia. Il La Farina cominciò a pubblicare il Piccolo Corriere d’Italia, in fogli sottilissimi, che spedito in lettere negli altri paesi d’Italia, ajutatane la diffusione dai tanti comitati, v’era accolto come un oracolo perchè proibito, e le notizie e i sentimenti n’erano ricevuti senza disputa nè critica, e servivano di materia e di testo agli altri giornali tutti. Ebbe quindi un’influenza estesissima, divisa pure colla Corrispondenza litografata, per cui lo Stefani, profugo veneto, mandava le notizie da ripetere a tutti i giornali d’Italia; mezzi onde far echeggiare da mille organi la verità o menzogna qualunque che si volesse. Cavour se ne servì a oltranza; se ne servirono i cospiratori di ciascun paese per mandarvi informazioni, le quali, fossero pure false e assurde, acquistavano fede dall’essere ripetute. Se ne servirono tutte le ignobili passioni per isfogarsi in lodi o in calunnie, che esaltavano mediocri e ribaldi, deprimevano e minacciavano i meglio onorati e pensanti, e destinavano i posti e incombenti futuri, secondo un’idoneità convenzionale.
Di tal passo i migrati divennero i veri padroni dei paesi; nessuno poteva operare se non secondo le loro prescrizioni, sotto pena di essere denigrato: un libro, uno scritto era levato a cielo con lodi, o sepolto col silenzio: davasi la parola d’ordine, fuori della quale non v’era che oscurantisti, austriacanti, spie: nessuno fu più se non quello che il giornale lo faceva: chi avrebbe osato contraddirvi per l’amore infruttifero e pericoloso della verità e della giustizia?
Se n’agitava viepiù il Lombardo-Veneto. Quando vi venne l’imperatore, erasi preparato il terreno in modo, che guai a chi non solo l’avesse festeggiato, ma pur lasciato di mostrargli avversione. Il giorno che questi entrava in Milano, a Torino s’inaugurava con gran solennità e davanti al palazzo del Senato un monumento, che i Lombardi facevano erigere in glorificazione dei vinti del 1848. Ogni atto, ogni passo dell’imperatore era accompagnato di beffe, caricature, minaccie.