Alcuno dei congregati protestò contro l’oratore italiano; d’altro qui trattarsi; mancarvi i rappresentanti delle Potenze accusate: i Greci sotto la Turchia stavano ben peggio: eppure si era fatto guerra perchè la Russia avea voluto mescolarsene: or qual diritto di mescolarsi degli Stati italiani? ciò contrastare alla non intervenzione negli affari interni d’un altro paese, sancita nel 1830 qual dogma politico, e per la quale appunto erasi fatta la spedizione di Crimea. Ma Cavour, animato dall’imperatore, stende una lunga memoria sui casi d’Italia: spinge i giornali a parlare nell’egual senso: tornato a Torino, nella Camera, prorompe più violento, vantandosi che «la situazione anormale e infelice d’Italia fosse stata denunziata all’Europa non più da demagoghi e rivoluzionarj, ma dai rappresentanti delle prime Potenze europee»: agli smoderati soddisfaceva coll’assicurare che la politica della Sardegna rimaneva ostile all’Austria più che non fosse stata giammai.
Così la guerra fattasi in Crimea a favore dei Turchi, riuscì in realtà contro l’Austria: la pace di Parigi che la chiudeva, diveniva «semenza di denti di drago»; e mentre garantiva la conservazione della Turchia, preparava la distruzione dei principati tra cui era divisa l’Italia; ed il rinnovamento italiano, fino allora commesso all’iniziativa de’ particolari, diventava impresa di un Governo.
Pertanto in tutti i modi secondare gli Italiani nel riluttare contro gli invisi regnanti e massime contro l’austriaco; e cercarvi adesioni all’estero. In Inghilterra si moltiplicarono scritture, discorsi, meeting contro dei Governi italiani, e massime del Pontifizio. Ma poichè non più in là che nel 1849 aveano tutti i Potentati attestato la necessità del dominio temporale, non sarebbe puerilità il voler abbatterlo adesso? pertanto le ire si addensarono piuttosto contro il Governo di Napoli.
Già nel 1854 Mazzini avea esibito a Garibaldi d’andare a conquistare la Sicilia; questi ricusò: l’accettò Giovanni Interdonati, che scoperto fuggì. Dai ripetuti tentativi restavano eccitate le speranze e fomentate le ire dei rivoluzionarj; mentre si asseriva che il movimento dovea fondarsi, non più su congiure e sollevazioni, ma sulla diplomazia, e sul proposito di costituire un regno dell’Alta Italia.
Manin, già dittatore di Venezia, che fermo nell’amore dei Governi repubblicani, non si era rifuggito in Piemonte a godere, ma in Parigi a stentare, il 19 settembre 1855 aveva emanato una lettera, consigliando una società che mirasse all’indipendenza e unificazione dell’Italia, fosse monarchica o federativa; poi riponendo affatto la sua bandiera, il 6 gennajo 1856, pubblicò un indirizzo, dove eccitava a concorrere colle forze popolari a sostenere il Governo sardo, e vi poneva in testa:
Partito nazionale italiano.
Indipendenza. Unificazione.
«Convinto che, anzitutto, bisogna fare l’Italia, che questa è la quistione precedente e prevalente, io dico alla Casa di Savoja: «Fate l’Italia e sono con voi; se no, no». Dico ai costituzionali: «Pensate a fare l’Italia e non ad ingrandire il Piemonte; siate Italiani e non municipali, e sono con voi; se no, no». Dico infine ai repubblicani: «Sparisca ogni denominazione di partiti accanniti a concordanza e discrepanza, piuttosto sopra quistioni secondarie e subalterne che non sopra la quistione principale e vitale: fate voi per primi nuovo atto d’abnegazione e sacrifizj alla causa nazionale. La vera distinzione è in due campi. Il campo dell’opinione nazionale vivificatrice, e il campo dell’opinione municipale separatista. Io repubblicano pianto pel primo il vessillo vivificatore. Vi si rannodi, lo circondi, lo difenda chiunque vuole che l’Italia sia, e l’Italia sarà».
Altro nemico a combattere diceva essere la teoria dell’assassinio politico; mentre la morale in atti e in teorica costituisce la forza viva e vera. «È vergognoso l’udire ogni giorno raccontare accoltellamenti atroci in Italia. Le nostre mani debbono essere nette; il pugnale lasciamolo ai Sanfedisti».
Erano dottrine vaghe; parole prolisse e condite colla solita prurigine d’insulti a chi diversamente pensasse: ma gli avversarj del Mazzini andarono superbi di opporgli un nome illustre, e così, a fronte della Giovane Italia, restò la Società Nazionale.