Il Piemonte era divenuto la mira per tutti i nemici dell’Austria e de’ Governi tormentatori degli Italiani; l’appoggio dei vinti del 1848. Il Parlamento, per quanto scarmigliato, parea voce di tutta l’Italia, e a quella davasi ascolto; i ministri, che si sbalzavano a vicenda, erano considerati come rappresentanti di idee, e ne avevano, certo non tali da bastare al grande concetto nazionale. Stavano dalla destra Revel, D’Azeglio, Balbo, altri illustri per nobiltà e carattere, per posizione e precedenti, che credeano essersi fatto abbastanza per allora, e tremavano non giungessero al potere i rivoluzionarj, nati nel 48.

Dei quali oratore era Camillo conte di Cavour, variamente giudicato mentre visse, sistematicamente ammirato dopo morte. Egli stava coi conservatori, anzi coi clericali dapprima, e collaborava al giornale Il Risorgimento, mentre Rattazzi conduceva la sinistra, irrequieta, impaziente, che voleva un’altra riscossa. I due capi s’unirono, e formossene quel che si disse il connubio, transazione per unire le forze de’ varj partiti. Il colpo di Stato del 2 dicembre in Francia parea far prevalere la riazione; e poichè il nuovo imperatore domandava si frenassero le cospirazioni e la stampa, fu proposta una legge per regolarla (1852 2 febbrajo). Il Menabrea la sostenne con fortissimo discorso, ma con violenza gli si opposero Rattazzi e Cavour. Quest’ultimo, entrato nel ministero D’Azeglio, veduto che a nulla approdava la parte che dicevasi moderata, se ne staccò; e ito col Rattazzi a Parigi per intendersi coll’imperatore, presto ebbero abbattuto D’Azeglio. E alla politica moderata e timida sottentrava la bellicosa e aggressiva, che diceasi virile, e che dichiarava passato il tempo degli iniziatori. Ne parve manifestazione e frutto l’attentato milanese del 6 febbrajo 1853.

E cominciando dagli ordinamenti interni, furono aboliti gli stabilimenti religiosi, pochi eccettuandone; colla legge Siccardi si cassò il fôro ecclesiastico e la personalità giuridica delle corporazioni; si dichiarò distrutto il concordato del 1841 col papa; si escluse dalle scuole laiche ogni ingerenza di ecclesiastici; ai beni di manomorta s’impose una tassa particolare. Roma protestò; le popolazioni si divisero di parere, altre approvando, altre disapprovando i mutamenti introdotti. Nei sei anni del Ministero Cavour il Piemonte si ravvivò, giacchè Paleocapa spingeva le strade di ferro; Lamarmora ricomponeva l’esercito; Rattazzi riformava l’amministrazione e la legislatura; Cavour inaugurava la nazionale politica a danno dell’Austria.

Ingegno vivace e pronto; efficacia a persuadere meravigliosa, comechè infelice parlatore; colla prudenza e l’imprudenza d’un politico; fino conoscitore degli uomini, dei quali valevasi come di stromenti; destro a mescersi fra le parti più esaltate, e a scompigliarne le trame; sapendo per mille esperienze quanto le sublimi declamazioni nascondano vilissimi pensieri; persuaso intimamente che tutto si compra nelle moderne società, conoscendo la propria abilità e confidando in quella; ridendo in cuor suo delle forme e dei formalisti, guardando nei fatti e nella realtà; le dicerie al Parlamento ascoltava sempre col sogghigno sulle labbra e rispondeva coll’ironia pungente e sprezzante, ch’era tanta parte del suo talento oratorio. «I fischi (diceva alla Camera) non mi muovono; li disprezzo altamente e proseguo».

Nell’intento di sbrattare l’Italia dai principi indigeni e stranieri, sempre avea cerco appoggio dall’Inghilterra, amica dei paesi turbolenti e nemica del papa. Ma allorchè Palmerston cedette al Ministero conservatore di Derby, meno condiscendenza vi trovò Cavour, chè si accostò di più alla Francia.

Dopo che il 1848 ebbe rotte le alleanze del 1815, non si era mai riuscito a costituirne di tali, che assodassero l’equilibrio in Europa. Col pretesto di attentati della Russia, Inghilterra e Francia si allearono (1854 marzo) a sostegno della Turchia e procurarono trarre nella propria lega le altre Potenze europee. La Prussia si tenne in disparte; l’Austria, sul cui territorio sarebbesi dovuto passare per attaccare la Russia, esitò lungamente; alfine, sentendo i pericoli d’un incendio europeo, lo prevenne col chiarirsi neutra. Ne ebbe dispetto la Russia, che nel 1848 aveale dato mano a salvarsi: più n’ebbero le due alleate, che giurarono vendetta; ma fu merito di essa se così la guerra non divenne generale e se i combattenti dovettero restringere le orribili loro stragi nella penisola della Crimea.

Fu certo una delle guerre più micidiali e forse delle meno ragionevoli che la storia ricordi: ma con essa rinacquero tutte le speranze dei popoli oppressi, fidenti in una conflagrazione universale; e come la Grecia, così l’Italia ribollì.

Quando la guerra fu ridotta marittima, importava alle due alleate d’avere un appoggio in Italia, e lo ricercarono dal re di Napoli. Questi avea sempre tenuto relazioni amichevoli coll’imperatore di Russia, e avutolo anche ospite, per lo che ricusò. Vi diede ascolto Cavour. Benchè i timidi trovassero strano questo andare in sostegno del Turco, per una causa in cui non s’aveva interesse alcuno, lasciando il paese sguernito ed esposto agli Austriaci, che potrebbero valersi dell’opportunità; altri riflettè s’aprirebbe un’occasione di riparare le ultime sconfitte, di trovar posto fra le grandi Potenze, d’addestrare sulla Cernaja i soldati per poi adoprarli sul Po o sull’Adige, dopo fattesi amiche Inghilterra e Francia. Si mandarono infatti 20,000 uomini sotto il generale Lamarmora, e ben si disse che da Torino s’andò a Milano per la via della Cernaja.

Perocchè, presa Sebastopoli, si fece la pace colla Russia, e per trattarne si radunò un Congresso a Parigi (1856 30 marzo). Il Piemonte, come avea combattuto colle grandi Potenze, domandò di poter sedere con esse nel Congresso, e per quanto altri contraddicessero, e massime l’Austria, lo ottenne. I liberali speravano in quell’occasione si sarebbero levate di mezzo le differenze che esistevano coll’Austria; si torrebbero via, mediante un concordato, le irregolarità delle relazioni col papa e l’inquietudine delle coscienze timide; s’indurrebbe l’Austria a levare i sequestri de’ Lombardi, a rimpatriare i banditi, a far buoni trattati di commercio, a concedere qualcosa alle aspirazioni nazionali. Destinavasi a rappresentare il regno Massimo D’Azeglio, ma poichè la condizione sua privata l’avrebbe reso inferiore agli altri inviati, risolse d’andarvi lo stesso ministro Cavour. Non si aveva alcun programma determinato; al più cercavasi ottenere qualche compenso pel tanto denaro e pel sangue versato, ma presto furono introdotte quistioni estranee allo scopo proposto.

L’imperatore dei Francesi, da un lato volea vendicarsi dell’Austria, la cui neutralità armata aveva impedito una guerra che portasse un totale rimpasto dell’Europa, dall’altro avea più volte domandato al re o al ministro che cosa potesse fare a vantaggio dell’Italia. Spinse egli il Cavour a cacciare in mezzo qualche proposito, ed egli, scostandosi affatto da ciò che vi si trattava e dagli interessi delle Potenze intervenute, tolse a deplorare la condizione sregolata in cui si trovava l’Italia, e principalmente gli Stati meridionali e il Pontifizio: rimaner la penisola parte in guardia de’ Tedeschi, parte dei Francesi; da ciò un fomite di scontentezza e disordine, che rendeva impossibile qualsiasi assetto regolare: e proponeva si secolarizzasse il governo papale, surrogando al diritto canonico il Codice Napoleone, e staccando le Legazioni, che si porrebbero sotto un vicario pontifizio laico decennale, con truppa indigena: si mettesse anche un limite all’Austria, richiamandola ai trattati del 1815, mentre ora si fortificava a Piacenza, si era estesa a Parma, in Toscana, nelle Romagne, divenendo minacciosa all’indipendenza de’ varj Stati.