Da alcuni anni, ma più nei due ultimi, il parossismo del rumore avea simulato l’attività della gloria, e sfogavasi colla sonora ciancia e con quel vago di concetti che rende insulsi alla pratica. Fattisi alla declamazione, costoro declamarono anche quando bisognava operare; ridondanti in parole come chi manca di idee, cominciarono litigi dove il vero vinto era il buon senso; e trascinando i migliori non a giudizio ma a supplizio, nei caffè, sui fogli, e dovunque fosse da adoperare la lingua non il braccio, volendo far qualche cosa e non valendo ad altro, faceano strepito; e in giornali, caricature, affissi, imponevano all’autorità, svilivano i magistrati, dettavano provvedimenti sconsigliati, e inventavano mozioni. L’opinione di questi parabolani si era modellata sopra i giornali di Francia, e come quelli, riponeva il liberalismo nell’opposizione sistematica; l’aveano fatta quando portava pericolo; vollero continuarla quando non era più che gazzarra, quando l’arma proibita era divenuta arma d’onore.
Amatori antichi della libertà, la accolsero con austero culto; mentre quelli che balzavano dall’idolatria dell’assolutismo all’idolatria dell’individualità, la accostavano come una meretrice; per bisogno di far dimenticare prische bassezze, affettavano altezzosa indignazione nell’insolentire contro i valenti, e in una stampa spudorata dare sul capo a tali che, mentr’essi genufletteano, ritti in piedi affrontavano i martirj della persecuzione pubblica e privata quando nulla aveano da sperare, neppure l’applauso, neppure d’essere riconosciuti dai proprj partigiani; e col titolo d’uomini di talento indicandoli per teste false e inetti alla pratica, li dichiaravano disacconci alle emergenze nuove; e a rincalzo di frasi convincevano che, gran pezza meglio degli antichi ed esperti, valeano quei neonati, che metteano la coccarda perchè altra prova di patriotismo non potevano dare alla folla, solita a scambiare l’emblema per l’idea.
Alcuni, sbigottiti dalle trascendenze, vedendo il guasto che le commozioni politiche recano nei costumi e negli intelletti, l’indifferenza de’ principj, l’assurdità degli odj e degli amori, il bruciare oggi gli idoli di jeri, il credere segno di libertà l’arroganza e la calunnia, affrettaronsi d’abjurare come errori anche le verità che soccombeano; e vergognati d’avere troppo sperato di sè, e d’essersi creduti degni della libertà, si sbracciarono in rimpedulare alla vecchia i Governi e le opinioni; o in sussulto svegliati dai sogni d’una coscienza connivente, e vedute le conseguenze inattese di principj mal posati, buttaronsi all’intolleranza persecutrice, biascicando i nomi d’ordine e di religione, la quale, dopo essersi da alcuni, come fatto individuale, adoprata qual mezzo d’indipendenza fino alla rivolta, da altri come fatto sociale, volevasi strumento di potere fino all’assolutismo.
I tentativi temerarj fanno indietreggiare gli spiriti sgomentati: ma fra i reazionarj, que’ che vantansi della forza è poi giusto che invochino la ragione? Alcuni, non ravvisando la ricomposizione se non come quiete, condannano fino le oneste libertà e le prudenti garanzie, a foggia di chi bestemmiasse le macchine a vapore pel rumore che fanno; pigliano paura della filosofia anche quando viene in appoggio al senso comune; paura della storia anche quando non giustifica i fatti, ma solo li sincera e li racconta; paura d’ogni aspirazione al meglio, vedendovi un irrompere della demagogia; paura dei sapienti, e perciò privilegiano l’istruzione a tali in cui ha fiducia il Governo, ma non la gioventù, la quale rimane svogliata dallo studio, e discrede fino alla verità perchè bandita da gente screditata; computano il crescere dei delitti, delle carceri, dei trovatelli, quasi non vi fossero ribaldi anche prima della stampa e delle Costituzioni.
Altri volsero le mani a strapparsi i capelli, anzichè ajutarsene nel naufragio per salvare almeno le convinzioni: poco migliori di quegli impotenti, che, senza l’audacia del male nè il coraggio del bene, si vantano di star neutrali nell’ora ch’è mestieri di decisioni risolute, e forbendosi s’accontentano di dire «Io l’avea predetto». Altri denunziano di codardia il non perseverare negli errori, e impossibile ogni ricomponimento, e viltà il pensarvi e l’avviarvi; simili al nocchiero che, battuto dalla procella, giurasse eroicamente di non volere più esporsi al vento finchè non l’abbia richiuso nelle otri di Eolo. Altri s’ammantano del titolo di moderati: ma la moderazione non ha merito se non palesi forza; nè quella di Pilato che lascia uccidere Cristo piuttosto che mettere sè in pericolo, vuolsi confondere con quella dei martiri che si lasciano uccidere piuttosto che offendere la propria coscienza. Altri invece non considerano quei disastri se non come effetto dell’altrui moderazione, e reclamano i procedimenti avventati e radicali, che sono sintomo d’irritazione, quanto di marasmo il non provare quel desiderio, ch’è tormento e dignità dell’uomo.
Chi tese l’orecchio alla voce di Dio, il quale, traverso alle folgori e al tuono, parla per mezzo degli eventi; chi medita sugli errori proprj e gli altrui, e scandaglia quanta virtù si trovi in fondo ai cuori, onde comprendere quanta libertà si meriti, conosce che la tempesta sconvolge il naviglio ma lo caccia avanti, purchè il piloto, deviando, orzeggiando, retrocedendo anche, s’affissi però sempre alla stella. In tempi sì turbinosi, sotto sferze sì laceranti, la libertà e la dignità naufragarono, ma poi dai marosi furono spinte s’una riva assai più avanzata, e donde non potrebbe rincacciarle se non una nuova procella. Anche in Italia i Governi si svecchiarono, la rivoluzione, operando a guisa della pietra caustica che, passando sull’ulcera, ne modifica la superficie e sollecita il granulamento e la guarigione; molte fasce furono levate, che al bambino voleansi conservare anche fatto adulto; l’industria e il benessere fisico procedettero a passi giganteschi; e sebbene gl’interessi materiali pajano prevalere, fino a voler ridurre la società ad una accomandita, l’uomo a un mulino, dove ai motori intellettuali e morali sono surrogati il calcolo e i contrappesi, noi crediamo che rimedj non ultimi sieno i materiali, e la cura di crescere la ricchezza nazionale e di ben ripartirla.
L’Italia contava ventisei milioni di abitanti, tutti cattolici, tutti quasi d’una lingua, eppure divisi in quindici Stati, di cui sette forestieri[146]. Possiede eccellenti linee geografiche militari, fortezze inespugnabili, buoni porti, canali e fiumi non mai gelati; il ferro dell’Elba, il rame d’Àgordo e della Toscana, la canapa del basso Po, le selve dell’Alpi e degli Appennini potrebbero fornire d’eccellente marina lei che siede fra due mari, e che dalle sue coste vede la Francia, l’Algeria e la Grecia. Pure, malgrado i progressi dei due regni estremi, la sua marina è insufficiente, nè da noi direttamente ricevono gli olj, le sete e le frutte i lontanissimi consumatori. Nella Lombardia aumenta l’operosità agricola e la popolazione, mentre scarseggia nelle parti meridionali, ove troverebbero asilo e lavoro que’ tanti, che dai laghi superiori e dalla vicina Svizzera migrano ad ingrate lontananze. Ora poi che il Mediterraneo recupera l’importanza antica, e che si matura il taglio dell’istmo di Suez, presto si sentì come là consisterebbe la vita o la morte dell’Italia: l’Austria favorì quest’impresa in ogni modo, presagendone un immenso incremento alla navigazione di Trieste: il Municipio di Venezia nominò una Commissione che divisasse e proponesse i modi di meglio vantaggiarne il commercio veneto, e promuoverlo con società commerciali; e l’Istituto pose a concorso un’indagine sulle probabili conseguenze che ne verranno al commercio in generale e a quel di Venezia in particolare, e come provvedere che il continente europeo diriga pel porto di questa le spedizioni: si propone d’ingrandire i porti di Genova e di Civitavechia, perchè diventino pari alla estensione che al commercio darà quella nuova via. Le Due Sicilie stanno all’antiguardo, sporgendosi quasi in atto di provvedere alle vaporiere l’acqua, il legname, i grani, e di competere nella comunicazione coi mari dell’Arabia e dell’India. Insomma vorrebbesi che l’Italia si trovasse allestita in modo di non lasciar preoccupare da altri le nuove comunicazioni, che offrirebbero un opportuno campo all’attività di essa, e un modo di conseguire que’ nobili vantaggi, che mai non saranno per gl’infingardi.
Intanto fra terra si sollecitano le vie ferrate, che non solo, superando gli Appennini, congiungeranno fra loro i disuniti fratelli d’Italia, ma traverso alle Alpi avvicinandoci ai forestieri, ci mostreranno che la nazionalità non può essere esclusiva e repellente nè come sentimento nè come istituzione.
Fra queste utili cure e le meste sollecitudini del rinascente cholera, dello scarseggiante grano, e di nuovi micidj alle viti e ai bachi da seta, parevano gli animi staccarsi dalla politica, quando un nuovo miraggio fu spiegato agli occhi dalla guerra rottasi fra i grossi Stati.