Tale deplorabile conflitto, che forse è un sagrifizio di debolezza al rombazzo della plebe letteraria, infuse baldanza a un partito, che si propone di staccare l’Italia dalla fede popolare. Come nel 1847 l’apoteosi di Pio IX avea lusingato che tutta cristianità si ridurrebbe cattolica, così, dacchè egli mancò alla causa italiana, con lui si esecrò la religione di cui è capo, e per poco il Dio di cui tien vece in terra. Fervè allora l’opera del nuovo vangelo; i liberi politici si incapricciarono di mostrarsi anticattolici; il papato si considerò di nuovo come peste d’Italia non solo, ma della fede; e a qualunque miglioramento della patria si pose per fondamento la depressione del cattolicismo. I Valdesi, che nel 1848 aveano ottenuto l’eguaglianza civile, poterono erigere un tempio a Torino; stampare secondo la loro credenza, e la Buona Novella annunciava (1855 12 8bre) che «tutti i giornali del Piemonte obbediscono ad una direzione più o meno protestante, e non si stancano di proclamare che la coscienza deve essere libera, e che nessuna Potenza sulla terra ha il diritto di regolare le nostre attinenze con Dio». Vanti consueti a tutte le sètte, ma che metteano i brividi ai buoni Cattolici. Intanto si divulgavano libri di quel sentimento e Bibbie tradotte, di cui ventitremila stamparonsi a Londra e diecimila Testamenti Nuovi, destinati principalmente alla Toscana e Romagna: sette dispensieri ne giravano in Piemonte, e quando l’esercito campeggiò in Crimea, ben quindicimila copie se ne diffusero tra esso. Forse qualcheduno passò alla confessione protestante: in Toscana si teneano circoli ove leggere e commentare la Bibbia, e in esecuzione delle antiche prammatiche fu punito chi lo fece, rinviandolo se forestiero, mandandolo a viaggiare se nazionale. Ma il pericolo venne esagerato, e tanto più pel Piemonte, chi veda quanto morale sia il popolo, frequentate le chiese e i confessionali, riveriti i curati.
Ben più che i delirj della fede è a temersi la indifferenza in questa, la scarsezza di cognizioni religiose, che rende possibile l’assurdo apostolato di giornali, luridi quanto ignoranti e sfacciati. Come protestantizzare gente che non crede nè conosce i proprj dogmi, nè sa in che punto divergano da quei di Lutero e Calvino, e che, se al papa negano obbedienza, tanto meno vorrebbero prestarla a un ministro? Si confessi più francamente che l’orgoglio, la meno filosofica delle passioni, dice «Come può essere la tal cosa mentre io non la intendo?» Si confessi di volere piuttosto compiere l’opera sociale della Riforma, quale fu di distruggere il carattere teocratico, dileguare la sovrumana aureola dell’autorità, sottoponendo l’uomo immediatamente alla propria coscienza; e che trovasi più acconcio alla vulgarità l’insegnare unico Dio essere l’uomo, unica potenza il numero, unica legge gl’istinti, unico intento il godere più che si può; donde una smisurata superbia, un satollarsi all’albero della scienza, un invidiare chiunque sa o può di più, riponendo il liberalismo nel prostrare quanto è più alto, non nell’elevare quanto è più basso; un invidiarsi a vicenda i godimenti, e l’oro che può comprarli; e nell’accidia e nella voluttà stordirsi e godere finchè il corpo si dissolva ne’ chimici componenti.
È da compiangere il re di Napoli d’avere dovuto colla forza e coi processi reprimere la rivoluzione, e principalmente le cospirazioni per la così detta Unità Italiana; onde grandissimo numero di fuorusciti, gente d’opera, d’ingegno, di penna, che empirono l’Europa di accuse contro di lui, le quali trovarono uno straniero (Gladstone), che le accolse e ripetè in una lingua diffusissima, e dandovi l’autorità del proprio nome e della libera sua nazione. Benchè smentita, si può credere la miserrima condizione di quelle carceri: ma quello che ancora più serra un cuore italiano, è la bassa turpitudine di non pochi di coloro, che come testimonj o delatori o agenti provocatori comparvero in que’ processi di Stato. I quali però vuolsi non dimenticare che furono pubblici, con difesa, con stampa; e che, risparmiando le vite, il re non volle togliersi la possibilità di ridonare alla società qualunque de’ condannati all’istante che ciò gli sembri o generosità non improvvida o giustizia. Carlo Poerio è come la personificazione di quei martirj e di que’ lamenti; e più volte fu promessa la grazia a lui e ad altri purchè la domandassero[144].
Nessun atto cassò la costituzione, e Ferdinando II poteva da oggi a domani convocare il Parlamento, restituire la responsabilità ai ministri. Ma coloro che, per giustificare il dissenso che v’incontrarono, piacevansi a ricantare l’immoralità di quel popolo, l’avidità delle classi medie, l’ignoranza superstiziosa delle infime, non s’accorgeano che davano ragione al re del non volere affidar la quiete e l’andamento dello Stato ai consigli e alle discussioni di così fatti. L’esercito non ebbe bisogno di venire ricomposto: l’erario continuò prospero, e quando negli altri Stati erano all’abisso, qui le iscrizioni del gran libro eccedevano in valore il pari. Non furono intermesse le opere pubbliche; estese le vie ferrate, aperta una da Napoli a Bari traverso a due montagne; uniti al mare i laghi Lucrino e Averno, così ridotti a porto. Eppure non venne meno il troppo solito corredo delle pubbliche sciagure; e a tacere il cholera, spaventosi tremuoti sconvolsero nel 1852 la Basilicata, propagandosi anche nella Romagna.
Sanguina poi la piaga della Sicilia. Le entrate di questa erano state regolate soltanto sopra donativi fino al 1810, quando si ordinò un censimento, fondato sui riveli spontanei. Per correggere questi e migliorare l’estimo si moltiplicarono disposizioni e prammatiche: i lavori furono spesso interrotti dalle scosse pubbliche, infine compiti nel 1853. La rivelata rendita dell’isola, sommante a ducati 10,872,063, fu rettificata in 16,658,634, de’ quali appartengono al Demanio 41,339, a manimorte 1,261,974, ai Comuni 213,290, a diversi 15,142,031: laonde al dieci per cento si avrebbe una contribuzione di 1,665,863 ducati, e al dodici e mezzo di circa due milioni. Tutta l’isola, uscente quell’anno, contava 2,231,000 abitanti[145].
La chiesa di Sicilia era una delle più ricche del mondo, non avendo subito le perdite cagionate dalla Rivoluzione. Lo stato d’attività e passività pubblicato dal clero nel 1852 gli attribuisce la rendita di tre milioni di ducati, che indicano estesissimi possessi in paese tanto male andato d’agricoltura e di comunicazioni. Dicemmo che la rendita imponibile delle manimorte nell’isola fu estimata ducati 1,261,974: ma ignoriamo il rapporto di essa col possesso effettivo: oltre che su queste cifre di possessi ecclesiastici v’è sempre esagerazione.
Le rivoluzioni non distruggono il potere, ma ne alterano il carattere scemandogli fermezza e maestà; non alleviano l’obbedienza, ma le tolgono il decoro; lasciano in chi sofferse scontentezza e prurito di vendetta; in chi trionfò, brama di rappresaglie inutili dopo le violenze necessarie; pochi comprendendo che prima cura dev’essere il far dimenticare, il calmare le diffidenze e i risentimenti, fondere gli uomini e gl’interessi, riconciliare il soccombuto col rialzarlo, anzichè punire colpe a cui un popolo intero ha preso parte in momenti, dove, e principi e sudditi barcollando sopra una nave in tempesta, nè questi nè quelli possono rendere conto ragionevole di quel che fecero o dissero o promisero.
Nulla è più facile nè più triviale che il sistematicamente censurare tutti questi Governi, i quali non seppero sinora far paghi i sudditi, ricondurre la pace, tranquillare gli spiriti: ma suggerire i rimedj è più arduo quando si veda disapprovare gli uni, appunto perchè fanno quello che gli altri ricusano. Deploriamo i Governi cattivi, condannati a diffidare e punire, quanto i deboli che non osano o non vagliono a resistere; i ribaldi che si appoggiano sull’immoralità; quelli che non comprendono come la libertà sia il cavallo che ci porta verso l’avvenire, ma sfrenato precipita, troppo ritenuto ricalcitra e s’impenna, procede sol quando è moderato da mano esperta; quelli sprovvisti d’iniziativa di spirito e di volontà, che lasciano unico partito l’assopirsi con dignità; quelli materiali, che riducono la scienza statistica a speculazioni e gendarmi; e quelli che non si persuadono il disordine poter essere vinto soltanto da chi lo rinnega, non da chi ad esso ricorre per reggersi momentaneamente.
La classe colta smaniava di partecipare al Governo; i Governi pretendeano intrigarsi della famiglia, dell’istruzione, della religione, dell’industrie individuali: reciproca illegittimità d’ingerenze, da cui un necessario scontento. Il popolo, che poco bada a ciò che non tocca l’individuo, la famiglia, la città, non intendeva gran fatto di coteste Costituzioni, versanti sull’esterno non sull’essenza della libertà, e capiva che anche i re possono tutelare le persone, le case, l’industria, il commercio. E davvero di tante Costituzioni nate e morte in questo mezzo secolo, quale è che abbia distinto le attribuzioni dello Stato da quelle della famiglia e dell’individuo? qual principe osò di dare utile pascolo alla smania governativa della classe media coll’abbandonarle i giudizj, l’istruzione, la sicurezza pubblica, l’ispezione domestica, riservando pel Governo la sovranità, i pubblici lavori, le finanze, l’esercito? Fra un medio ceto che non sapea bene che cosa chiedesse, un vulgo che niun vantaggio scorgeva in mutazioni che erano soltanto di persone; e principi che, vincolati da un’autorità che gli umiliava, non sapeano bene che cosa concedere, poteva egli trovarsi quella fede che ingagliardisce le opere, quella sicurezza che va diritto a un fine ben determinato?