Concordati fece colla Spagna, coll’Austria, colla Toscana, colla Costarica, col Guatemala. Così non cessò di combattere la Chiesa orientale, la russa, l’olandese, la gallicana, dalla quale un’importantissima adesione ottenne, l’abbandono dei riti particolari per adottare il romano.

Casa di Savoja precipitò i sudditi nel pericolo, ma lo divise con essi, talchè viepiù se ne consolidò il legame che a questi la unisce. Vittorio Emanuele II, re nuovo e che non s’era compromesso con lusinghe, a capo d’un esercito disgustato d’innovamenti che tanto gli erano costati, col paese occupato dagli Austriaci, con un Parlamento screditato dalla ciarla, con Ministeri che si succedeano un all’altro per attestare l’impotenza di tutti, potea facilmente cancellare le istituzioni date da suo padre, e vedersene applaudito, quanto questo nel concederle. Al contrario egli cominciò il regno (1849 3 luglio) annunziando con mesta fermezza le sventure che anticipatamente lo portavano al trono, assicurava che le franchigie del paese non correano rischio; le traversie abbattono le vulgari anime, alle generose possono tornare in profitto; gli ordini politici non li stabilisce nè li acconcia a’ veri bisogni d’un popolo il decreto che li promulga, bensì il senno che li corregge, e il tempo che li matura; e questo lavoro, unico dal quale può sorgere la vigoria e la felicità d’uno Stato, si conduce coll’azione calma e perseverante del raziocinio, non coll’urto delle passioni; si conduce procedendo a gradi per le vie del possibile, e non gettandosi a slanci inconsiderati per sentieri che da secoli l’esperienza ha dimostrato impraticabili; i popoli, maturando alle dure prove, imparano a distinguere il vero dall’illusorio, il praticabile dall’ideale, e ad usare la migliore delle pubbliche virtù, la perseveranza. Insieme rammentava la necessità della pace esterna non meno che dell’interna, e del discuterne con senno e prudenza, per procurare i tre supremi vantaggi di quiete civile, progresso d’istituzioni, risparmio delle pubbliche fortune; e così d’accordo conformando gli ordini che soli possono recare vera e durevole libertà, si avrebbe la gloria di evitare le esorbitanze e de’ licenziosi e de’ tiranneschi.

Ottenere questa temperanza era difficile tra lo sguinzagliamento de’ rifuggiti e la concitazione degli avvenimenti di Roma, con un Parlamento che mettea gloria nell’osteggiare la Corona, e dignità nel ricusare gli accordi inevitabili; tanto che, «per salvare la nazione dalla tirannia de’ partiti», il re sciolse la Camera (1849 20 9bre) e ne convocò un’altra, che senza discussione accettò il trattato coll’Austria. D’allora Vittorio Emanuele non si affannò troppo negli affari, come glielo permette la qualità di re costituzionale; mostrossi sempre rispettoso dello Statuto.

Duro uffizio quel de’ ministri a fronte di passioni sopreccitate, e de’ partiti che colà andavano non a fondersi ma a cozzarsi! Massimo D’Azeglio, un tempo disapprovato e perseguìto dagli stagnanti quale attizzatore di rivoluzioni, come avea difesa la libertà contro i vanti dell’ordine, così l’ordine sostenne dappoi contro i vanti della libertà, capitanando l’opinione moderata, poi chiamato a capo del Ministero, con integra fama, sostenuto da’ nobili fra cui era nato, da’ letterati e artisti fra cui s’illustrava, dai popolani con cui era vissuto, persuaso che nei trambusti si fa meno quanto più si ha apparenza di fare, imitò il medico che confida nelle forze riparatrici della natura, poco operando, poco discorrendo fra l’universale sproloquio, guadagnando così il tempo che è tutto, rimettendo a galla lo Stato, non esitando spiacere agli esorbitanti che si decorano col titolo di democratici. Poi venuta l’ora degli uomini d’affari, a Cavour rinunziò il potere prima di perdere la popolarità, e tornò agli studj e a ridere della commedia umana.

Il Piemonte era l’unico paese d’Italia ove sopravvivesse una rappresentanza. Dapprima non v’era stato bene che non s’aspettasse dai Governi parlamentari, i quali suppongono una convivenza da tutti acconsentita, avente per base l’eguaglianza dei diritti e dei doveri, la cooperazione di tutti al vantaggio di tutti; esonera il Governo da infinite minuzie e da tanta responsabilità; non forza nessuno, e nessuno trascura; anche in mezzo alle emozioni rapide e contagiose de’ popoli che da sè occupansi degli affari proprj, fa valere di più chi più sa e più ha, lascia libera la manifestazione de’ desiderj e delle proposte, e l’esercizio delle facoltà tutte, coll’elemento del progresso avendo in sè quello della conservazione. Ma la Francia dopochè se ne disfece, ripetè che in siffatti Governi si surroga alla morale la sentimentalità, alla fede la declamazione di oratori, simili a palloni areostatici che si elevano perchè nulla li contrasta, attirano gli sguardi di tutti ma non arrivano a nulla, e tornano alla terra dond’eransi alzati; intanto sviluppansi la superbia umana, l’infatuazione della parola, e la persuasione che la dottrina possa regolare il mondo; sicchè i talenti e i semitalenti acquistano maggiore credito che non il carattere; per l’idolatria dell’ingegno si abbandona il culto della verità; misurando la libertà dal numero de’ giornali e dalla lunghezza dei dibattimenti, rimettonsi in disputa tutti i principj; si toglie l’energia d’azione al Governo, quasi non si desideri di meglio che l’inettitudine; e così si affievolisce l’autorità qualunque sia; i ministri s’avventurano in una politica declamatoria e imprevidente, che talora vuole i mezzi senza il fine, talora il fine senza i mezzi; anzichè consolidarsi sulla giustizia e la bontà, devono ondeggiare coll’opinione, e però rinnegare se stessi, o cedere il posto ad altri, che effettuino ciò che in quel giorno è voluto dalla pluralità.

Eppure quelle discussioni, quella responsabilità dei ministri, quella pubblicità di tutti gli atti, quell’accontentamento della classe più loquace e faccendiera recavano facilmente a considerare il Piemonte qual simbolo della nazione e nucleo della futura Italia. Queste aspirazioni, nelle quali si accentrava qualsiasi desiderio di cambiamento, lo rendeano sospetto al potente vicino; e i partiti che vi si dibatteano, lo esponeano alle diatribe de’ reazionarj di fuori.

È però vanto che, mentre ogni giorno una stampa sguinzagliata diffondea sin nel villaggio e tra il popolo operoso il fomite dell’invidia e dell’insubordinazione, colà men che altrove essa prorompeva e soprattutto non si sfogava in quegli assassinj, che rimasero la più orrenda coda della nostra rivoluzione. Le sorti d’un paese non si regolano cogli epigrammi e i sarcasmi, nè la politica si attua con articoli di giornali e con dispetti e puntigli. Molti Ministeri si succedettero, ma sarebbe severità l’esigere che procedessero regolari mentre sono combattuti da contrarj venti, e costretti a vivere di ripieghi; lodevoli se non sagrificano l’utile sodo alla prurigine di popolarità, se non transigono colla dignità per conservarsi, se non riducono l’idea dello Stato e il fine della convivenza umana a mera tutela degl’interessi materiali.

Gli oppositori a due punti principalmente si appigliavano; il dissesto delle finanze, e gli affari religiosi. Mentre al rompere della rivoluzione l’erario non era gravato che di quaranta milioni, allora di oltre seicento: il bilancio delle spese annue, che nel 1847 si valutò a ottantaquattro milioni, nel 56 giunse a cenquarantatre e mezzo: tutte le imposte vennero esagerate e aggiuntene delle nuove, la cui minutezza infastidiva ancora peggio che non impoverisse[143]. Ma oltre il dover pagare i disastri di due campagne sfortunate e settantacinque milioni all’Austria, in questo mezzo si spigrì l’amministrazione, fu dotato il paese di tante istituzioni di cui mancava, e singolarmente d’una rete di strade ferrate, che tutti i punti congiunge col centro, e questo colla restante Italia e colla Francia.

Poco prima della rivoluzione, Carlalberto avea conchiuso un concordato col pontefice, il quale recedette da alcune pretensioni antiche per assodarne altre. Dato lo Statuto, nel quale la prima clausola e la più voluta dal re fu il dominio della religione cattolica, i fragorosi, che non sanno mostrare libertà se non col perseguitare, vollero si ponesse la mano sui beni clericali e si sopprimessero le fraterie, incamerandone i possessi, togliendole l’istruzione; e levò un rumore trascendente, anzi fu eternata con obelisco la proposta del Siccardi, per la quale si stabilì quel che già gli Stati vicini godeano, che anche gli ecclesiastici fossero sottoposti al fôro comune, nè tampoco i vescovi eccettuati. Ciò ledeva il contratto stabilito col papa; ma arguivasi che, cambiata la forma di governo, anche quello dovesse cessare, benchè concernesse una Potenza forestiera. Nuove commozioni cagionò dappoi la legge sul matrimonio civile.

Roma protestò di questo mancare ad accordi espressi, e assicurati dallo Statuto; le replicate proposizioni di amichevole componimento, portate anche da persone rispettabili, quali Cesare Balbo e Antonio Rosmini, non sortirono effetto: intanto la lite si inasprì; qualche vescovo, e nominatamente quel di Torino reluttarono, e furono perseguitati e spinti in bando, donde ritraggono aria di vittime essi, e di persecutore il Governo; restrizioni alla libertà ecclesiastica attirarono nuove proteste del pontefice, e infine la scomunica a chi le avesse sancite. Da qui strazj di coscienza; cercossi ipocritamente di mettere in contrasto i preti coi vescovi; le popolazioni conservavano devozione ai loro pastori benchè rimossi; sacerdoti ricusavano i sacramenti a deputati o ministri incorsi nella censura; e di qua e di là vantavansi di martirio atti che spesso erano di ostentazioni di amor proprio.