[1]. A credere vere queste parole c’induce il lutto che noi stesso vedemmo in Firenze alla malattia e morte d’una giovane figlia del granduca Leopoldo II. Stavamo a colloquio una sera con esso, quando ci chiese di poter correre un istante a vedere quella morente; e ritornato, ce ne parlava con tutto l’affetto, ch’è troppo naturale in un padre, ma che i grandi non osano palesare.
[2]. Pietro Giordani al 16 dicembre 1824 scriveva: — A dir bene di questo Governo non si finirebbe mai. Dirò solo una cosa recentissima. Un amico mio aveva letto ai Georgofili una dissertazione affatto economica. Piacque molto, e volle subito leggerla un ministro di Stato. La lodò molto; ma perchè lo scrittore aveva detto essere poco discrete e poco prudenti le brame di molti che vorrebbero diminuite le imposte, il ministro lo fece avvertire che anzi dicesse (poichè la dissertazione si stampa) le tali e tali ragioni (e suggeriva le vere e buone) per cui le imposte si devono sempre restringere quanto si può. Questo ministro non è un plebeo, non un giacobino, un carbonaro, un liberale; è don Neri Corsini. I Georgofili sono una società reale: eppure nello stesso giorno spontaneamente nominò socj l’esule Poerio, l’esule Colletta, l’esule Giordani».
[3]. A Londra verso il 1770 si erano stabilite varie compagnie dei Muns, dei Tityre-tus, dei Mohocks, che si dilettavano a fare del male pel male stesso; coglievano donne e le voltavano colla testa in giù; rompeano il naso agli uomini; li faceano sudare, cioè metteano il primo che capitasse in un circolo, e quello a cui esso volgesse il sedere glielo punzecchiava colla spada, e ognuno ripeteva il giuoco, poi lo davano da strigliare ai valletti, e lo faceano ballare pungendone i polpacci: e malgrado ordini ripetuti, durò fino al fine del regno di Giorgio I.
A Milano verso il 1820 erasi pure introdotta una Compagnia della Teppa che andava facendo simili tiri. E quando il Gualterio dà questa e la Compagnia Pantenna come sintomi ed effetti del liberalismo, vien da piangere al vedere come le belle cause sieno insozzate dai loro adulatori.
[4]. Gioberti asserisce che alla Gazzetta Piemontese «era interdetto lodare gli uomini celebrati dalla pubblica opinione»; Gesuita moderno, tom. V, p. 22. Il Gualterio dice che Fossombroni pagò trenta scudi un articolo contro Niccolini. In Lombardia, oltre i sistematici attacchi della Gazzetta e della Biblioteca Italiana, si sono poi trovate le commissioni date per denigrare taluno (il Cantù) su giornali forestieri, e perfino le bozze di tali articoli spedite alla Allgemeine Zeitung, e le aggiunte postevi dagli affidati della Polizia.
[5]. Il più smottato panegirista di Carlalberto (Gualterio) asserisce che metà del ministero di esso era «venduto allo straniero, non che aggregato alla Cattolica»; ed esso il sapeva e non sapea congedarli! Di qui «quella che chiamossi oscitanza, ed era accorta prudenza», pag. 620. Il medesimo asserisce che l’Austria avea comprato tutte le persone che lo circondavano, e che per mezzo di queste lo trasse in tanti errori, e in quella abituale ascetica debolezza. Così per isgravare il principe, si taccia tutta una nazione, che pure è tanto lodevole per dignitosa morale. Costui anche sa «per documenti certi che ebbe in mano» ma che non produce, che fino dal 1832 Carlalberto bramava l’amnistia degli esuli del 1821, e che la concesse «spontaneamente con gioja sincera nel 1842»!
[6]. Secondo il conto pubblicato dal conte Revel al 4 marzo 1848,
| le rendite del Piemonte erano | fr. | 84,282,216 |
| L’uscita | » | 80,966,372 |
| Il debito | » | 95,714,392 |
cioè poco più dell’entrata di un anno.
[7]. Questo avvenne alle edizioni di questa nostra storia, contro le quali protestiamo, non dall’aspetto mercantile, ma dal morale.