§ 18º Del toscano.
Chi si ostinasse nella priorità del siciliano, dovrebbe dire che questo avesse un peccato d’origine, e che, nato nella Corte, colla Corte perisse, mentre il toscano si perfezionò col popolo. Ma non fa mestieri d’altri argomenti per farci credere che, all’organarsi dell’italiano, nè a Napoli nè in Sicilia si parlasse un dialetto che sia divenuto lingua comune; mentre ciò si prova del toscano, ove, dando alla parlata la terminazione e l’ortografia latina, si aveva una fortunata conformità col vocalismo popolare. Dopo i poeti citati potremmo addurre esempj di Noffo notaro d’Oltrarno, di Gallo pisano, di Buonagiunta Urbicani da Lucca, di Meo de’ Macconi da Siena, di Guittone d’Arezzo, di Chiaro Davanzati di Bondie Dietajuti, di Brunetto Latini, col quale tocchiamo a Dante.
Che se diffidiamo delle prove tratte da poesie, non ce ne mancano altre. Già n’è occorsa qualche iscrizione. Nel camposanto di Pisa leggesi questa:
✠ Die sce Marie de sectebre anno dni mllo ccxliii indict. i. manifesto annoi e al più delle PerSONE CHE NEL TEMPO DI BUONACOSO DE PALUDE LI PISANI ANDARO CUM GALEE CV E VE VAC. C. A PORTO VENERE STEDTERVI P DIE XV E GUASTARO TUCTO E AREBBERLO PreSO NON FUSSE LO CONTE PANDALO CHE NON VOLSE CHESA TRAITORE DE LA CORONA E POI N ANDANMO NEL PORTO DI GENOVA CUM CIII GALEE DI PISA E C VACCHECTE E AVAREMOLA COBADUTA NO FUSSE CHEL TEMPO NO STROPIO. DNS DODUS FECIT PUBLICARE HOC OPUS.
Una siffatta sta al Mulino del Palazzo in val di Merse senese:
MCCXLVI AL TEPO DE GUALCIERI DA CALCINAIA PODESTÀ — GUIDO STRICA — RANIERI DI LODI; ORLANDINO DE CASUCCIA FEICE.
La riferisce il Repetti[167]: mal però asserisce che questa lingua non fu «mai, almeno nelle cose pubbliche, usata innanzi la metà del secolo decimoterzo». Oltre i già detti, abbiamo scritture originali, quali d’ufficio, quali pagensi, che provano come fosse comune colà il parlare che fu adottato dagli scrittori; tanto da accontentare il Muratori che si querelava più volte di non aver potuto ritrovare nulla dell’italiano, che pure dovette adoperarsi per secoli nelle prediche e nei conti mercantili. In un bel documento senese, pubblicato nell’appendice nº 20 dell’Archivio storico del Vieusseux, portante le spese e le entrate di madonna Moscada dal 1234 al 43, il vulgar nostro vedesi bell’e formato:
«Queste sono dispese de la casa a minuto da chinc’indrieto.
»Anno Domini MCCXXXIIII del mese di dicembre... Si à dato madona Moscada e Matusala lo mulino di Paternostro ad afito alo priore di san Vilio per VII mogia meno VI staja di grano di chieduno ano, ed ene ricolta chiuso da san Cristofano del deto afito. E ano impromesso di recare a loro dispese overo grano overo farina, per ciaschedun mese, tredici staja e mezo di grano o di farina, qual noi piacese; a pena del dopio. La pena data, lo contrato tenere fermo. E Matusala impromise di fare, se la casa si discipasse, di farla a le sue dispese per la sua parte; e se bisciogno v’avesse macine, per la sua parte, di recavile ale sue dispese fino al mulino e di murare lo petorale alle mie dispese... E se lo steccato si disfacese per aqua o per altro fare del mulino, lo deto priore lo dee rifare de legname comunale a le sue dispese...
»Anno Domini MCCXXXVII da genajo indrieto, ala signoria de l’escita di Giacopino e per tutte le signorie que[168] sono iscrite di che in chesta carta, si è compito sere Lambertino; e da genaio indrieto, com’è scrito di sopra, si è chiamato pagato da Matusala per la quarta parte dele piscioni di val di Montone: et o riscrivo lo compimento qued eli che per queste razoni di soto ecc.».