Nell’archivio di Siena è lettera, che nel 1253 scrivea Tuto Enrico Accattapane a Ruggero di Bagnole, capitano di quel popolo per Corrado re de’ Romani e di Sicilia:
«A voi, mesere Rugiero da Bagnole, per la grazia di Dio e di domino re Currado capitano del comune di Siena, Tuto Arrigo Acatapane vi sie va raccomandando. Contio vi sia, che io sono in Peroscia, e giosevi giovedì due die entrante ottobre, con una grande quantitae di cavaieri della valle di Spuleto e delle contrade di la giuso; e quandio gionsi in Peroscia sì vi trovai Aldobrandino Gonzolino, unde sappiate che io me ne volea venire coi detti cavaieri per chello che io voleva esere in Siena colloro innanzi voi per vedervi, e perchè voi intendeste i pati che sono da me e dalloro anzi ch’ellino vi scrivessero, i quali pali apaiono per carta a mano di notaio; unde io facio contio che i pati son cotali ch’eglino vi deano servire a vostra volontà di die di notte con buoni cavalli domi».
La città di Siena possiede una serie di statuti, dettati in lingua volgare nei secoli XIII e XIV; il più antico dei quali (Statuto di Montagutolo, nº 50 nel R. Archivio) va dal 1280 al 1297. Il principio è tale: «Questo ene il breve e li statuti e li ordinamenti del Comune e delli uoni (uomini) da Montagutolo dell’Ardinghesca, facto et ordinato et composto per li massari del decto Comune sotto gli anni del nostro Signore Mille CCLXXX del mese di Iennaio Indictione VIIII. Ad honore e buono stato del Comune di Siena e de’ Conti da Civitella et ad honore et riverentia Didio e de la beata Vergine Maria e di tucti Santi e le Sante di Dio et ad mantenimento e buono stato del Comune e delli uomini del decto Castello e de la sua corte e distrecto e di tutti coloro che avessero ragione col decto Castello e nel suo distrecto».
Di data legale abbiamo al 1265 la pace concordata in Tunisi fra l’ambasciatore pisano e quel re:
Terminus pacis.
«Et fermosi questa pace per anni XX. La quale pace sempre sta ferma in de lo soprascripto termine a di XIII de lo mese di sciavel anni LXII, et DC secondo lo corso de li Saracini, e sub annis Domini M CC LXV, indictione VII, tertio idus augusti secondo lo corso de li Pisani...
Lo testimoniamento et lo datale di questa pace.
»Et testimoniove dominus Parente per culoro che lui mandono in sua buona volontade et in sua buona memoria et in sua buona sanitade, che questa pace a lui piace, et cusì la ricevette et fermove. Et inteseno li testimoni da lo scheca grande et alto et cognosciuto secretario et faccia di domino Elmira Califfo Momini, et faccitore di tutti li suoi fatti, lo quale Dio mantegna et in questo mondo et in de l’altro. Et rimagna sopra li Saracini la sua benedicione. Baubidelle filio de lo Scheca, a cui Dio faccia misericordia. Buali Aren filio de lo Scheca alto, cui Dio faccia misericordia».
Tale mistura d’italiano e di latino rivela un notajo, o piuttosto un traduttore rozzo, che conserva alcune formole notarili quali usavansi negli istrumenti, e vi mescola il parlare che aveva consueto, vergato a guida della pronunzia. E appunto a tal modo venne formandosi l’italiano. Dapprincipio nel latino s’insinuarono alcune voci e frasi, insolite allo scrivere eletto, ma quali usavansi dal vulgo. Via via ch’erano adoperate, acquistavano una specie d’autenticità; e alle giù ammesse unendone altre ancora insolite, il numero ne aumentava, sin al punto che le italiane furono il maggior numero, e il minore le latine[171].
La mistura appare cresciuta nel testamento della contessa Beatrice di Capraja del 1278[172], il quale da Sebastiano Ciampi fu stampato con tutte le scorrezioni grammaticali e grafiche, ponendolo a confronto colla traduzione dei Trattati morali di Albertano Giudice, fatta l’anno stesso da Soffredo del Grazia, notaro pistoiese, e ch’esso Ciampi stampò colla medesima improba pazienza. Questi trattati terminano così: