Certa ja ve schernirò;
Provensal mal agurano,
Tale noja ve darò,
Sozo, mozo, esclavado,
Nè jà voi non amarò
Ch’ec un bello mario,
Che voi no se, ben lo so[206].
Andè via, frar, en tempo megliorado.
Al Vocabolario genovese latino sono premessi saggi di scritture in quel dialetto, di varj secoli, volendosi mostrare che a principio era similissimo all’italiano, dappoi se ne scostò. I passi qui addotti nol confermerebbero; oltrecchè, se sono simili all’italiano, come provare che siano in dialetto?
Negli Atti della Società Ligure di storia patria (1859, vol. I, p. 129) si indicano come segni dell’esistenza del dialetto genovese le voci miexi nel 1019; pixone, montenello in altre del 1143 e 1148; poi Lunexana, Palavixino, e così frexia, Sardena, fregabrena, merdenpè, noxedo, labuxada nel secolo XII; e nel XIII toagia, toffania, tomao, ruxentarium. Nel vol. VI, pag. 708 d’essi Atti si portò una relazione all’uffizio del Banco di S. Giorgio del 1457, in pretto idioma genovese. «Segnoi, a noi è staeto molesto acceptar questo officio, non per recusar de portà li carrighi publici, li quae poessimo ben fa, ma considerando che anti che a queste compere fussen arrembe et tranferte, ecc.».