Nell’Archivio glottologico, vol. II, p. 162, si reca una quantità di rime genovesi della fine del secolo XIII e del principio del XIV[207].
Il signor Tozzetti Mazzoni (Origini della lingua italiana, Bologna 1831) vanta assai il bolognese dialetto, appoggiandosi a Dante, e soggiunge a pag. 1111: — Del nobile vulgare bolognese, uno de’ più antichi documenti che si conservano, è, a parer mio, la lettera diretta al marchese Maroello Malaspina, scritta nell’anno 1297». Eccola:
«Al nobelle e al savio e posente mis. lo marchexe Maroello Malaspina honorevolle podestà e capitano generale de guerra del chumuno e del povolo de bologna, Zame de mis. Aldrovandrino di Symipuzuli e Paolente Dipananisi, capitani del castello de Savignano, ve se mandano raccomandando. Conta cossa sia a vui mis. (siavi conto) che di domenega Zoane de mis. Landolfu de la capela de s. Apolito e Zoane dal lotino de la capela de santa Maria majore si ferno grande romore. in somo e dagandosse de la pugne l’uno al altro in suso lo volto, e per questa rissa sinfo (si ne fu) grande romore in lo borgo del castello di Savignano, e loro miseno a sagramento e confessorno che quisi era la verità per esso sagramento, e sovra goderno a loro de termene a fare soa defessa e nessuna nonanfatta, ecc.».
Anche altri esempj reca egli, massime a pag. 909; ma sono sempre di persone che s’ingegnano scrivere toscano. È però curioso un libretto di Ovidio Montalbani, Vocabolarista bolognese, nel quale con recondite historie e curiose erudizioni si dimostra il parlare più antico della madre degli studj come madre lingua d’Italia. Bologna 1660, in-12º, di pag. 272.
Uno de’ primi lavori della patria letteratura è il De Vulgari Eloquio di Dante. Potrebbesi parlare delle origini della lingua senza tornar più volte su questo gran rivelatore? Non per questo vogliam portarci all’idolatria, o a crederlo forte in etnografia e in filologia: e già repudiammo chi lo chiama creator della lingua. Tutto fatto egli vi trovò, perfino la versificazione: erano abbozzi, ma preparati a ricevere splendida coloritura; ed egli stampò l’impronta del suo genio sopra un idioma che fin allora non aveva se non quella d’una timida fatica. Egli stesso da principio fu ben lontano dal conoscerne la potenza; nella Vita Nuova ne parla con disprezzo, come di lingua soltanto adatta a cose leggiere; nel Convivio non mostra intenderne gran fatto, poi ne discorre espresso nella Vulgare Eloquenza. Ne componeva il primo libro fra il 1302 e il 1309; poi lo sospese: più tardi scrisse il secondo, e lasciò interrotta a mezzo la dimostrazione ch’era richiesta dalla proposta messa all’entrare del capo XIV. Trattato nel libro secondo delle stanze, forse nel terzo avrebbe dimostrato la struttura della canzone e della licenza, poi nel quarto avrebbe discorso delle rime, e specialmente delle ballate e dei sonetti, sempre come stile, non come lingua; forse anche dovea seguirne un quinto sui poemi più lunghi. Insomma è un’arte poetica, e della lingua poetica (giacchè in prosa poco usavasi il vulgare) è il ragionar suo, il che troppo pérdono d’occhio coloro che ne fanno fondamento a teoriche sopra il parlar comune. Ivi colpisce di «perpetuale infamia i malvagi uomini d’Italia, che commendano lo vulgare altrui e il proprio dispregiano..... abominevoli cattivi d’Italia ch’hanno a vile questo prezioso vulgare»; e riconosceva esser esso già distinto, perfetto e civile ridotto, qual si vedeva in Cin da Pistoja e nell’amico suo (Dante stesso); e lo erige sopra al latino, al francese, al portoghese, come dolce e sottile[208]. E questo vulgare non è già la lingua cortigiana di cui altrove egli si fa predicatore; bensì «quello il quale, senz’altra regola, imitando la balia; s’impara»[209]: ma lo scrittore lo rende perfetto con «eleggere i vocaboli adatti, gettando i rozzi e rabbuffati, e cogliendo i soavi, i gentili, gli efficaci»[210].
Alla qual opera accintosi, conosceva già allora quattordici dialetti in Italia: «Ad minus quatuordecim vulgaribus videtur Italia variari; quæ omnia vulgaria in se se variantur, ut puta in Tuscia Senenses et Aretini; in Lombardia Ferrarienses et Piacentini: nec non in eadem civitate aliqualem varietatem perpendimus. Quapropter si primas et secundarias et subsecundarias vulgares variationes calculare velimus, in hoc minimo mundi angulo non solum ad millenas loquelæ variationes venire contigerit, sed etiam magis ultra». E adduce alquante frasi di ciascun dialetto, tali però che poco ajutano le ricerche nostre, a mala pena riconoscendosi[211]. Ma qui ci basta l’attestarne non già che sussistevano, fatto troppo naturale, ma che sapeansi essere i tipi idiomatici de’ varj dialetti. E per quanto egli s’industriasse a svertare il toscano, esaltandone alcuni che certo non pretesero mai a primato e per fino lo squallido bolognese, il toscano prevalse, anche per merito di lui, che adoprollo a «descriver fondo a tutto l’universo», e divenne il letterario, come il dialetto attico in Grecia dopo Alessandro, come il turingio per la Germania.
Oltre i dialetti di fondo italiano, ce ne rimangono di altra filiazione; in Malta il punico antico; in Algheri di Sardegna il catalano; il teutonico nei Sette Comuni del Vicentino, ne’ Tredici Comuni de’ monti Lessini sul Veronese, a Bosco nel Canton Ticino, e in qualche lembo del Trentino; il romancio nella limitrofa Engadina, e in alcuna parte della Val Leventina e della Val di Blenio nel Canton Ticino; in qualche valle della Sicilia e della Calabria l’albanese o romaico.
Altre voci di dialetti serbano l’impronta delle dominazioni o comunicazioni forestiere, greche a Ravenna, tedesche e spagnuole in Lombardia, arabe e greche in Sicilia, levantine a Venezia, francesi in Piemonte, mentre ne’ paesi de’ Volsci, Sabini, Vejenti, Falisci, Sanniti si riconosce il vecchio latino. Tant’era lontano che tutte le città italiche parlassero il linguaggio stesso.
I dialetti serbansi più fedeli alla loro origine; onde sentiamo tutto di pronunziare e cantare: Lo santo padre si scoprì lo viso — I’ te voglio ben assai — Da li capelli a la fronte e a li occhi — chesto loco, quisto, chillo, ello. Essi conservano parole che non hanno analogia col greco nè col latino o col celtico; e fin elementi grammaticali estranei alle lingue indo-germaniche: segno (lo ripetiamo) che sopravvissero durante la dominazione romana, e rivalsero quando il latino officiale periva.
Gli studj sui dialetti richiedono tal profonda cognizione delle loro finezze, che difficilmente un uomo può attendere a più che a quello che ha dalle labbra materne. Onde trarne utilità filologica, più che i soliti dizionarj, crederei opportuno lo sceverare da ciascuno le parole che, più o meno alterate, derivano dal latino o dal greco; e soltanto sulle residue esercitare l’analisi: le loro corrispondenze o differenze ci avvicinerebbero, o m’inganno, alle favelle primitive degli Italiani. Qualche cosa di simile tentò il barone di Hormayr sui dialetti romanzi del Tirolo, e pretese nelle voci estranee riconoscere il linguaggio degli Etruschi, popolatori antichissimi di que’ paesi, a creder suo[212]. La ricerca fatta con esteso accordo potrebbe guidare a importanti conclusioni, e a provare che i dialetti non son altrimenti una corruzione dell’italiano, bensì linguaggi antichi, che per circostanze non si elevarono a lingua officiale e letteraria.