Ma è scienza affatto nuova quella che ora nello studio dei dialetti porta una veduta generale che tutte le particolarità lessiche, morfologiche, fonetiche riferisce ad un insieme; uno spirito geometrico che alle singole nazioni assegna un posto conveniente; così si cessa di parlarne come di bizzarrie vulgari, accorgendosi che ciascuna società particolare, arbitra di sè, foggiò un dialetto, e che le anomalie, anche in storia naturale, diedero ai giorni nostri le teorie che cambiarono faccia alla botanica.
§ 22º La lingua italiana è patrimonio esclusivo d’una provincia? Sue vicende.
Per quanto in lavori di tal genere s’abbia sempre ad aggiungere e resti sempre a spigolare, noi crediamo aver dimostrato che que’ primi scrittori, di qualunque parte nascessero, e comunque il lor paese natio parli trinciato, o squarti e scortichi le parole, o sdruccioli sulle desinenze, o le strascichi, o adoperi voci bazzesche e croje, quali le lombarde già parevano a Dante, o accumuli frasi sgraziate e villani costrutti, ingegnavansi, come oggi ancora si fa, d’accostarsi all’idioma toscano, non foss’altro perchè più vicino all’ortografia latina.
Il qual fatto generale, se non si fosse voluto disconoscere da coloro che vennero a ragionar poi sopra ciò che generalmente si praticava, avrebbe evitate assai sofisterie e discussioni, che empirono biblioteche intere per rendere avviluppato e controverso ciò che è lampante e consentito col fatto. Perocchè il linguaggio somiglia al diritto. Una logica naturale domina la sua prima formazione; poi qualche alto ingegno ajuta il popolo nel costituirlo; prende il cumulo informe degli elementi di esso, ne trae il meglio, e dà norme alla lingua e la fissa. In quell’alto ingegno il popolo non vede un tirannico comando, bensì la espressione autorevole del suo modo di essere, pensare, sentire, quantunque nobilitato.
Noi ci appoggiammo assai sulla analogia, e questa ci mostra che le varie contrade parlano variamente, sia per indole, sia per derivazione, donde i molteplici dialetti. Un dialetto viene adottato dagli scrittori come lingua comune; essi lo determinano, lo regolano, lo fissano, e in tal forma resta nel tesoro letterario della nazione. Ben altra è la natura dei quattro famosi dialetti greci, dove la varietà riducevasi a pochi accidenti, tantochè tutti poterono adoprarsi mescolatamente in Omero, e il dialetto comune prevalse negli ultimi tempi, e da quel solo, misto ad elementi slavi, derivò il greco moderno. Nell’antica Italia fu il dialetto del Lazio che ottenne la preferenza legale e letteraria: come in Inghilterra quel di Londra, in Francia quel di Parigi, in Ispagna e in Portogallo quel di Madrid e Lisbona, in Germania il sassone, in Polonia il varsaviano e via discorrete.
In Italia il dialetto che gli autori preferirono fin dall’origine fu il toscano, men contaminato di mescolanza forestiera, e più consono al latino. Di esso si valsero i grandi triumviri della nazionale letteratura; donde gli venne tal dignità e importanza, che ad esso cercarono accostarsi tutti quelli d’altri paesi. Abbiamo componimenti ne’ varj dialetti; ma quando il Bernieri celebrava Meo Patacca, Carlo Porta sbertava i Milanesi nel Giovannin Bongee, o Sgruttendio sbizzarriva le Mattinate, o il Meli cantava stupendamente l’Apuzza o la Cicaletta[213], essi sapeano di far lavori, ristretti al proprio paese, non destinati a tutta Italia. Abbiamo dizionarj che le voci e le frasi proprie di ciascun dialetto traducono in italiano; a chi venne mai in mente di farne uno pel toscano? La differenza sua dall’italiano non consisterebbe che in varietà di pronunzia, o in quelli ora vezzi ora sgarbi che mette il popolo nella lingua di cui si serve; incolta se vogliasi, scorretta di grammatica, insulsa di cose, ma pura, propria, calzante.
Le gare municipali, che furono il disastro ma insieme la vita della nostra Italia, tolsero che, in teorica, si volesse accettare la supreminenza del toscano; eppure in pratica era adottato da tutti. Ad ogni modo, se alcuno pretese che al toscano possano contribuire voci anche il milanese, il romagnuolo, il napolitano, non credo verun mai sostenesse da buon senno che la letteratura nazionale possa farsi in romagnuolo, in napolitano, in piemontese.
Lo straniero che chiede d’imparare la lingua nostra, intende sempre la toscana. Quando interroghiamo come si nomini un oggetto, intendiamo come si nomini in toscano. Io penso che ogni dialetto sia una lingua compiuta, ed abbia tutti i termini che le bisognano; nè il toscano manca d’alcuno; giacchè, forse, non è possibile il pensar a un oggetto senza avere la voce a cui fissarlo. V’ha oggetti che la Toscana non ha, non conosce; ma se v’ha paesi dove si trovano ghiacciaj e steppe, coll’acquisto di quella nozione acquistò anche la parola, l’ha fatta sua. Ciò s’avvera pei trovati nuovi, puta quelli dell’elettrografia o delle strade ferrate. Il toscano accetta i nomi de’ singoli oggetti da chi glieli recò, pur talvolta, nell’immensa potenza dell’uso popolare, riconosce in quegli oggetti o gli assimila ad alcun altro che dapprima v’aveva un nome, o cui può darsene uno derivato e intelligibile. Quindi il Kreuzer diventò crazia, il Semel e il Kifel semello e chifello: e allorchè gli dicono i wagons, i rails, il tender, gli slippers....... egli traduce i carrozzoni, i regoli, il magazzino, il bagagliajo, le traversine.....
Se da ciascun dialetto avesse a scernersi il meglio, secondo fantasticano taluni, verrebbe la necessità di conoscerli tutti, il che è impossibile, e porterebbe all’esitanza, ch’è lo stato peggiore nelle scritture come nelle azioni. D’altra parte scegliere il meglio indica avere un tipo al quale raffrontare; sicchè più breve e men fallibile sarà l’attenersi a questo tipo stesso. Se dai singoli dialetti potesse desumersi qualche parola, ne verrebbe che ciascuno scrittore adoprerebbe una lingua diversa, mentre supremo bisogno d’una nazione è l’unità della lingua, dietro alla quale vengono le altre unità.
Primo scopo del parlare e scrivere è il farsi intendere. Meglio a ciò si riesce quanto maggiore è la precisione. In matematica chiunque scrive 7+9 = 16: oppure (a+b)2=a2+2ab+b2, è certo di essere inteso da ognuno che sappia leggerli, di qual nazione egli si sia, perchè quella forma è unica, nè può essere surrogata da altra. La parlata non raggiungerà mai siffatta precisione, ma vi si accosterà, quanto più fissi e convenuti saranno i significati delle parole. E come un grande acquisto è l’avere un peso, un tipo, un titolo solo per le monete, un modulo unico per le misure e i pesi, così sarà prezioso l’aver nella nazione una lingua sola, cioè un solo uso al quale riferirsi.