Il napolitano ha grandemente meritato della favella nazionale, perocchè, oltre le origini greche, in codesto paese avea nido il parlare osco, prevalente tra i vicini e usato altrove nelle Atellane (vedi pag. 12); poi fu dei primi a usar l’italiano. Pure non credo pretenderebbe sostituirsi al toscano, e neppure in questo introdurre parole sue. Avesse pure voci, frasi e dizioni più logiche, più calzanti, più espressive che non le corrispondenti toscane; non le consacrò l’uso, quem penes arbitrium est, et jus, et norma loquendi. A Napoli si fece una ristampa del Vocabolario della Crusca, forse la più notevole per quantità d’aggiunte, e inserzione delle etimologie e sinonimie: ma non so che il Liberatore, il Borrelli, il Rocco, gli altri che vi collaboravano, abbiano messa a registro neppur una voce napolitana.
Distinguasi però la lingua toscana, ch’è una cosa positiva, da stile toscano, che è un non senso. Una è la lingua, differentissimi i modi d’usarla; e se quella può impararsi in Toscana o da Toscani, tutt’altro si richiede per riuscire grande scrittore, cioè gran pensatore. A tutte le armonie immaginabili bastano sette note, e con esse si resero sommi Jomelli, Rossini, Bellini, Verdi, senza sognare di voler mostrare originalità coll’inventarne di nuove.
Un insigne scrittore, che tanto tien conto della lingua da aver avuto il coraggio di rifare un proprio libro, graditissimo all’Italia, sol per uniformarlo all’uso toscano, ripose la sovranità di tal uso in ciò che si dice in Firenze. Sempre è l’amor della semplificazione, dell’unità, della vitalità progressiva, surrogato alla pedanteria di un dizionario, che non s’appoggia se non ad un’autorità secondaria, qual è quella degli scrittori. Perocchè gli scrittori son buoni (dico per lingua) in quanto fan testimonianza dell’uso. Nè a concedere ciò troveranno difficoltà quelli (e non sono molti) che sanno separare la quistione della lingua da quella dello stile.
Ma esso autore fece troppo scarsa la parte degli scrittori in fatto di lingua. Una lingua morta non può essere che imitazione, ricalco; tutto si circoscrive negli scrittori; non si può dire se non quel ch’essi dissero, a rischio d’esser barbari. Non così delle lingue vive. Se gli scriventi non hanno diritto di creare alcuna parola, molto contribuiscono, sia collo scegliere, sia col fissare, sia col derivare o comporre, siccome avviene a chi non parla soltanto, ma riflette alla parola. La quale poi è scritta in libri che la nazione adotta; e quei libri servono di testimonianza e di scuola, si citano, si imitano; e riducono, non immobile, chè non è nella natura di cose umane, ma più durevole lo stato d’una favella.
Il latino aveva l’autorità dell’uso al tempo dei precinti Cetegi come sotto i Costantini; eppure latino intendiamo quel ch’è scritto ne’ classici, anzi negli ottimi di questi.
Il latino stesso però, benchè si estendesse officialmente, ne’ varj paesi restava alterato dai linguaggi preesistenti, pur rimanendo sempre latino. Quando gli autori natii di Roma cessano, e ne sottentrano di provinciali e massime di spagnuoli, anche il parlare si altera. Chi scriveva dopo caduto l’Impero, ingegnavasi sempre e dappertutto imitare il latino classico: perciò lo scritto risentiva dell’individualità, essendo più o men rozzo secondo lo scrivente, perchè era studiato, non parlato. Ignoranti notari e legulei vi mescolano parole che non soleansi dai più corretti, ma che si usavano dal vulgo; gli ecclesiastici, volendo al vulgo farsi intendere, adoprano a tutto pasto i modi e le costruzioni di questo; e così il latino forbito degli scrittori s’accosta al parlato.
Come ne’ paesi artici l’aurora comincia ad albeggiare prima che siano scomparsi gli ultimi rossori del tramonto, così l’italiano sbocciò mentre era vivo tuttora il latino; crebbe via via che questo decresceva, e trovossi perfezionato prima che l’altro disparisse.
L’ingerenza di questo va estendendosi, finchè taluno, per iscrivere i proprj ricordi, le spese, le lettere, adopera affatto il parlar suo, cioè il vulgare: scritto, è vero, ancora con ortografia o alla vecchia o inesperta, ma pur vero italiano; lo usano i predicanti; i narratori di vite di santi o d’altri racconti per la plebe o per la gaudente società, e prima ancora in canti d’amore o di prodezze.
La vitalità di quel tempo trapela anche nell’adottarsi parole straniere e assimilarsele, acconciandole al proprio sistema, dicendo Parigi, Basilea, Brugia, Magonza, Loira, Aquisgrana; il che più non si fa quando la lingua cessa di essere indecisa; introducendole vi si lascia l’aria straniera.
In questo parlare plebeo, in questo vulgare «che seguita uso mentre il latino seguita grammatica», potrebbe egli stendersi una grande epopea, che abbracciasse tutto lo scibile, e cielo e terra? Dante tenzona fra il sì e il no, fra l’opinione de’ suoi amici e il sentimento proprio, fra la negativa espressa nella Vita Nuova e nel Convivio, e la potenza acquistata coll’uso: frate Ilario non credea possibile quegli altissimi intendimenti significare per parole di vulgo, nè giudicava conveniente che una tanta e sì degna scienza vestisse a quel modo plebeo[214]. E Dante gli risponde: «Avete ragione, ed io medesimo lo pensai; e allorchè da principio i semi di queste cose presero a germogliare, scelsi quel dire che n’era più degno; e presi a poetare così: