Ultima regna canam, fluido contermina mundo,

Spiritibus quæ late patent, quæ præmia solvunt

Pro meritis cuicumque suis.

Ma poi, pensando che la gente colta non bada ai poeti e li lascia a’ plebei, temprai la lira in modo conveniente all’orecchio dei moderni».

In Dante, che chiamava Virgilio la maggior nostra Musa, e faceva dire da Sordello lingua nostra la latina[215], è visibilissima ancora l’esitanza fra l’uso e la grammatica, ossia la lotta del latino coll’italiano.

Questo appare già staccato definitivamente nel Petrarca; ma perchè credeva che «le note dei sospir suoi in rima» fossero solo per donne e pel popolo, esso Petrarca riprometteasi la gloria da un poema latino, e latine stendea per lo più le lettere. Il Boccaccio, nel Decamerone, si valse stupendamente de’ modi vivi del popolo, ma latina credette dover tenere la costruzione; donde quel periodare aggrovigliato e ingombro, più lodato che imitabile; che non lieve guasto recò alla letteratura patria dandovi un’aria di ricercata, di attorta, di oratoria, di pretensiva, anzichè la ingenuità, la spigliatura, la concisione che aveva in que’ trecentisti, i quali scriveano come parlavano. Perocchè dall’eloquenza vengono alterate grandemente le lingue, cioè dallo studiar alle parole più che alle cose. E appunto in grazia del Boccaccio fra noi si radicò il concetto insulso, o la sciagurata pratica di due lingue; una dotta, azzimata, compassata, col periodo ritondeggiante, la cadenza studiata; lingua grammaticale o accademica, che titilla le orecchie, lascia gelato il sentimento e nebbiosa l’intelligenza; l’altra schietta, ingenua, perspicua, nè per questo trascurata, che anzi «le negligenze sue sono artificj».

Quantunque fosse compita la trasformazione del latino nell’italiano, pure la pedanteria nel Quattrocento introdusse un latino tutt’affatto italianizzato[216], e un italiano che poco differisce da quel fidenziano che altri maneggiò per celia, e che quelli farebbe creder libri del XIII o XIV secolo, allorchè appena svolgeasi l’italiano dalle fasce latine.

Prendendo la prima opera che mi cade sotto mano, nel vulgarizzamento del leggendario di Jacopo da Varagine, fatto dal Malermi e stampato a Venezia nel 1475, leggo che «Niccolò Jenson franzese, dapoi li instaurati quasi infiniti divini et preclari volumi, li quali per l’antiquità erano stati deperditi et quasi extincti, el divino, del quale fase mentione, volumo de le legende de’ sancti vulgarizzato, con mirabile ingegno et divina arte ha impresso et stampito». Direte che trattasi di uno stampatore ignorante? nol concedo; ma questo stile era comune, e Cesare Ciseriano, nel commento a Vitruvio, stampato il 1521, ha: «Infine alla sua etate (di Francesco Sforza) nulla symmetria di opera de ornamenti che Vitruvio ha descripto non era stata quasi mai dal tempo de’ Romani usque ad id tempus usata in Milano. Ma imperante Galeatio et successive Johanne Galeatio suo filio, et dapoi Lodovico, con più somma opera che poteno curaro havere architecti, che con queste vitruviane symmetrie facessero fabricare et ornare li mediolanensi edificj».

Ed erano già vissuti Dante e Boccaccio non solo, ma il Pulci e il Poliziano. Con buona licenza del Puoti e de’ suoi concittadini, io metto fra questi mal latineggianti anche il Sannazzaro; e senza citare il non t’irascere, il cominciava a tangere, il munger gli uberi, e gli opachi suberi, e l’inducere e producere; non mancano che le desinenze per far latina molta parte delle sue prose. Per esempio: «Napoli è nella più fruttifera e dilettevole parte d’Italia, al lito del mare posta, famosa e nobilissima città di armi e di lettere, felice forse quanto alcun’altra: sovra le vetuste ceneri della sirena Partenope edificata, prese et ancora ritiene il venerando nome della sepolta giovane».

Il buon italiano era però conservato da quei che scriveano naturalmente e come parlavano: poi a quello tornarono gli scrittori del Cinquecento, nuova fioritura della nostra favella. Pure la cognizione e la pratica del latino era tanto comune, che s’insinuava in tutti gli scritti; le lettere, persin le famigliari, portano l’intestazione e la chiusa latina, qualche periodo esce in latino, qualche frase latina vi s’incastra, come oggi facciamo col francese.