Al 14 febbrajo 1525 il cardinale Rorario scriveva al Sadoleto, due prelati tanto colti:

«Sua Santità extima non esser decente a un pontefice prender le arme fra christiani, et se li suoi predecessori lo havevano facto, già se vedea de quanti mali erano stati causa: onde havendo sua santità deliberato gerere se tamquam patrem omnibus communem et servare la neutralità, el re di Franza..... inviò un exercito per lo Stato della Chiesa ad temptandum regnum neapolitanum: donde S. S. fu costretta aut sumere arma, quibus nec poterat nec volebat uti, aut dare fidem regi neutralitatis ecc.».

Il famoso cardinale Aleandro, stando legato in Germania nel 1522, scrive: «Accedit ad id il fastidio dell’animo per le tante paure, che costoro mi dipingono contra omnes ecclesiasticos: et voleano mutarsi habito et nome; del nome si è fatto, saltem del cognome. Del resto vado modestamente ut sacerdos, non facendo però le grida quia agitur de alia re quam de lana caprina: nè mi piace miglior consiglio quam confiteri Christum qui et me confitebitur coram Patre».

Su questo tenore leggo moltissime lettere di quel tempo, e alla ventura prendo una dell’elegante scrittore cardinale Campegio, che al 22 agosto 1524 scriveva all’or lodato Sadoleto: «In Augusta el predicatore che era in S. Mauritio, già corrotto di questa heresia, rediit: et perseveranter, non obstante queste turbolentie, predica pro fide. Intendo la canonizatione di san Brunone essere stata publicata magno populi concursu et devotione».

Ed egli stesso il 25 giugno 1530 al Salviati: «Nunc intendo quam in hoc cedent. S’è etiam proposto di voler eodem tempore cum articulo fidei miscere li gravamini della natione cum sede apostolica, de’ laici contra ecclesiasticos et e contra, ed è stato risoluto che no: ita che la prima sarà la cosa della fede. Io conosco, etiam per quello che vidi a Bologna, che tutte queste cose son troppo peso sopra le mie spalle... Ingenia parva materias grandes non sufferunt, sed in ipso conatu postea succumbunt. Pur mi forzerò di non mancare del debito et omnia consulte agere. S’è ragionato di fare electione di alcuni per restringere le negociationi. Li nominati sono cardinalis Salzburgensis, episcopus Augustæ, de quo nunc aliquid sinistri audio, al qual pur gli ho dato il suo breve ed exhortatolo fingens me longius ire...».

Che più? trovo ora appunto alcune nuove lettere di uno scrittore dei più leggiadramente italiani, Lodovico Ariosto; e sempre cominciano col Magnifici et potentes domini mihi observandissimi: per entro gli cascano intervenientibus utrinque commissariis, e converso, inveteratus malorum, versa vice, et, quæ bene valeant, feliciter valeant, data paritate, Baldaxare, suspecto, ipso, damno, dicto, excellentia, advenire, subditi, prompto; e chiude, ex Castelnovo Carfagnanæ, XII aprilis: observantissimus S. A. comes et ducalis commissarius generalis[217]. Qual meraviglia se alcuno persuadeva all’Ariosto di scrivere in latino quel poema, che più di qualsiasi non toscano accolse e crebbe le ricchezze del parlar nazionale?

Giorgio Trissino, nella dedica della Sofonisba, prega Leon X a non «attribuirle a vizio l’essere scritta in lingua italiana». Anche il Bibbiena, nel prologo alla Calandria, dice che «non è latina, perocchè dovendosi recitare ad infiniti, che tutti dotti non sono, lo autore ha voluto farla volgare alfine che, da ognuno intesa, parimenti a ciascuno diletti».

Già pensavasi sottoporre a leggi convenzionali il fatto spontaneo della parola; ma i primi studj precettivi intorno alla lingua italiana la modellavano sulla latina; nelle grammatiche figuravano ancora verbi deponenti, casi, ordini de’ verbi secondo il reggimento, e così via. Il Vocabolario della Crusca, il primo di lingue moderne, fu ideato sui latini, perciò registrando solo le parole che si trovassero in autori e appoggiandole ad esempj, appunto come si farebbe d’una lingua morta; e perciò non sempre bastando alle infinite gradazioni ed evoluzioni del sentimento e della dottrina.

Molte scienze, oltre la teologica, si insegnavano ancora in latino; in latino si trattavano spesso le cause, sempre gli affari ecclesiastici. I tanti stranieri, che dalla devozione, dall’estetica curiosità, dalle scuole, dalla voluttà, dall’ambizione erano chiamati in Italia, si faceano intendere, non che dai preti e dai notari, ma fin dagli ostieri col latino; di qual natura latino è facile comprenderlo. I governi, la religione, la scienza continuavano anche fra gli stranieri ad usar quell’idioma, siccome più estesamente conosciuto, e già addestrato alle trattazioni; sicchè doveano averlo comune i nostri che in tanta quantità andavano fuori, in virtù della supremazia che la Corte di Roma mantenne all’Italia. E i grandissimi sforzi fattisi dal clero e dai letterati per conservare, non che il primato, ma quasi l’unicità del latino nelle scritture, mentre era non solo comune nel popolo, ma bellissimo nelle composizioni l’italiano, mi adombra e spiega l’opera degli aristocratici romani nel far prevalere la lingua letterata a quella ch’era popolare, e che, mantenutasi ne’ vulghi, ricomparve allorchè la favella colta degradò al mancare degli artificiali sostegni.

Solo al tempo della Riforma, come al resto, così si fece guerra al latino; i Riformati tradussero la Bibbia nelle loro parlate, volendo surrogare l’idea di nazionalità alla grande unità cattolica del medioevo; nelle lingue vulgari dibatterono le controversie religiose, poi anche le politiche e le scientifiche; e le adoperarono alle preci e ai sacramenti, sicchè il latino fu relegato nei santuarj cattolici. Molti nel Cinquecento l’adoprarono alla storia, alla poesia; ma non l’aveano raccolto dalle bocche coi solecismi e i neologismi d’una lingua parlata, bensì eransi rifatti ai classici, e il vanto loro consisteva nello esprimere interessi, fatti, sentimenti nuovi, senza dipartirsi dalle frasi di Virgilio, d’Orazio, di Livio, di Cicerone; e tanto vi s’industriarono, che la prosa, e più la poesia latina potè avere un’altra età dell’oro. Almeno v’è chi tale la giudica, quantunque io sia ben lontano dall’accettare quel giudizio; e tal lingua restava separata affatto dal popolo, e non appoggiata che alle reminiscenze. Il Bembo scriveva l’italiano coll’arte e colla fatica stessa del latino.