Dov’è a notare che sull’italiano operarono poco o punto due fatti, di somma efficacia sopra le altre lingue, la stampa e la riforma.

Nel 600 s’applicarono maggiori studj all’italiano, ben determinandone la natura, affinandone l’arte, scostandosi, è vero, dal naturale per renderlo artefatto e con immagini e metafore secondo il gusto del secolo; pure sceverandolo non solo da ogni influsso esotico, ma anche dal latino. È comune in que’ precettori la raccomandazione di usare, fra due sinonimi, quello che più si scosta dal latino. Il Buonmattei, Celso Cittadini, il Cinonio, lo Sforza Pallavicino (che definiva nascer l’eleganza da piccioli lumi, come da piccole stelle la via lattea), il Bartoli, il Corticelli, Udeno Nisieli diedero buoni avvertimenti; ma non credo giovassero gran fatto al bene scrivere, che in verità allora si scombussolò nelle smancerie secentistiche, dilatatesi dappertutto, eccetto che fra que’ Toscani che osavano scrivere come parlavano.

Nel secolo seguente prevalsero i Lombardi, deridendo il toscano, e contaminati d’una fanghiglia di francesume, la cui inondazione parve ricchezza al Cesarotti, che la eresse anzi in teorica, volendo l’italiano si rifiorisse continuamente con vocaboli e modi forastieri. Nel secolo nostro si tornò alla correzione; ma, ripigliando la primitiva funesta scissura, alcuni adottarono una lingua che intitolano illustre, accademica, cortigiana, letteraria[218]; altri, con opere più che con dispute, assicurarono bel posto alla schietta e limpida, che si arricchisce colla favella popolare e coi modi che provengono da passione. Pur sempre restiamo alla miseria di non avere peranco accertato qual delle due maniere sia la migliore, e da taluni son decantati come sommi maestri quelli che per altri non son che retori e pedanti; e stiamo incerti se ammirare il Bembo o il Caro, il Redi o il Bartoli, il Bresciani o il Manzoni.

A levar questo ingrato dissenso, a toglierci da questo bivio della lingua illustre o plebea, gioverà il porre in sodo e le origini e la costituzionale natura del parlar nostro. Perocchè, se vi ha sguajati che stampano libri professando di non conoscere la lingua, i savj sentono come vadano inseparabili il pensar bene e lo scriver bene; e come il senso comune giudichi ingegnose e incivilite le persone e le nazioni che meglio parlano e scrivono. Si procuri dunque una lingua nervosa, abbondante, chiara, facile, aggiustata, animata, uguale, non vaga, inesatta, esitante: una lingua che possa portare la divisa di Bajardo, Sans peur et sans reproche; con essa si espongano non baje ma cose, non frivolezze corruttrici ma scienza educatrice; sicchè infine si vada a imparar il bene scrivere dagli autori che insegnano il ben pensare; si adopri la lingua di tutti, ma per dir cose che non tutti sanno dire; e coll’eletta concisione di stile, colla precisione di senso e la delicatezza e la grazia, riducansi alla più semplice espressione gli svolgimenti d’un’idea originale.

Così venga, per l’accordo comune, a formarsi anche nella prosa una lingua scritta che si conformi alla parlata; lingua dotta e popolare, semplice e colta, istruttiva senza pedanterie, dilettevole senza trivialità, forbita dai dotti, compresa anche dagli indotti, aggradita dalla intera nazione. Del quale studio viepiù sentesi il dovere or che tutto vien mandato alla peggio da questo sproloquio di sofisti, micidiali non meno alla repubblica letteraria che alla civile. La divina pietà ne salvi una volta questa, per loro colpa, abjettita nazione!

APPENDICE II. DELL’ANNO E DE’ CALENDARJ

(Vol. I, pag. 81).

I Romani non contavano i giorni del mese progressivamente come noi, ma v’avevano tre punti distinti: le Calende, primo giorno di ciascun mese; le None, al quinto nei mesi di gennajo, febbrajo, aprile, giugno, agosto, settembre, novembre, dicembre, e al settimo negli altri; gli Idi, al tredicesimo dei prenominati mesi, al quintodecimo degli altri. I giorni intermedj si denominavano dalla distanza loro da questi punti: metodo certamente incomodo.

Chi voglia tradurre i giorni del mese romano nei nostri, deve alla cifra reale di ciascun mese aggiungere 2, poi da questo numero sottrarre la differenza tra la data che si vuol convertire, ed essa cifra aumentata. — Chiedasi a che giorno corrisponde il septimo kalendas maii: aprile ha 30 giorni; se n’aggiungano 2, e si avrà 32; si sottragga il 7, e resterà 25 d’aprile, giorno corrispondente al domandato. Se chiedasi come si chiami in latino il 25 aprile, si sottragga questo da 32, e resterà 7 avanti le calende di maggio. — Pel sexto kalendas martii: ai 28 giorni di febbrajo s’aggiungano 2, e dai 30 che risultano si levi 6, e resterà 24. Se l’anno fosse bisestile, si avrebbe pel bis sexto il 25.

Dalle calende trasse nome il Calendario, tavola su cui i pontefici notavano le feste. Il sovrantendere ai calendarj fu sempre spettanza de’ sacerdoti, in grazia delle feste da celebrarsi a tempi prefissi. Non servivano che per ciascun anno, e vi s’indicavano i giorni fasti e nefasti, ne’ quali cioè era lecito o no rendere giustizia; i comitiales e atri di sinistro augurio; le nundinæ o mercati; e negli ultimi tempi, quelli in cui fare omaggio ai membri della famiglia imperiale.