Alcuni calendarj, più o meno compiti, furono trovati, scolpiti su pietra o su metallo. Tale è il Calendarium Prænestinum scoperto nel 1770, compilato da Verrio Flacco, ma che si estende solo ai quattro primi mesi e al dicembre. Il Foggini ne riunì i frantumi, e da diversi altri calendarj cercò formarne uno dell’intero anno nelle Fastorum anni romani a Verrio Flacco ordinatorum reliquiæ. Roma 1779. Vedansi pure Waassen, Animadversiones ad Fastos romanos sacros. Utrecht 1795; Ideler, Handbuch der matematischen und technischen Cronologie. Berlino 1826.

Gli altri calendarj sono il marmo rotto de’ Maffei conservato a Roma, che contiene tutti i dodici mesi; quello de’ Capranica per agosto e settembre; quel di Amiterno, frammenti dei mesi da marzo a dicembre; l’Anziatino, frammenti de’ sei ultimi mesi; l’Esquilino, frammenti di maggio e giugno; il Farnesiano con parte di febbrajo e marzo; il Pinciano, frammenti di luglio, agosto, settembre; il Venosino, con maggio e giugno compiti; il Vaticano, con pochi giorni di marzo e aprile; l’Allifano, con pochi di luglio e agosto. Ultimamente si scopersero a Cuma alcune parti di uno dell’età di Augusto.

Particolare è il calendario rustico Farnese, sculto sopra le quattro faccie d’un cubo, ciascuna delle quali divisa in tre colonne d’un mese ognuna. In capo v’ha il segno dello zodiaco; seguono il nome del mese, il numero de’ giorni, la posizione delle none, la durata del giorno, il nome del dio a cui è sacro, e le operazioni agricole. Per maggio e giugno dice:

MENSISMENSIS
MAIVSIVNIVS
DIES XXXIDIES XXX
NON. SEPTIM.NON. QVINT.
DIES HOR. XXIIII S.DIES HOR. XV
NOX HOR. VIIII S.NOX HOR. VIIII.
SOL. TAVRO.SOLIS INSTITIVM
TVTELA APOLLIN.VIII KAL. IVL.
SEGET RVNCANT.SOL GEMINIS.
OVES TONDENT.TVTELA
LANA LAVATVR.MERCURI.
IVVENCI DOMANT.FŒNISICIVM.
VICEA PABVL.VINEÆ
SECATUR.OCCANTVR.
SEGETESSACRVM
LVSTRANTVR.HERCVLI.
SACRVM MERCVR.SACRVM
ET FLORÆ. FORTIS.FORTVNÆ.

Altri calendarj s’aveano, somiglianti ai nostri ciarlataneschi e profetici. Uno ne fece nel VI secolo Lido, venerabile magistrato, pei signori e dotti di Costantinopoli, edito poco fa da Hase. Insegna esso che, se tuona quando il sole sta per entrare nel Capricorno, vi saranno dense nebbie, le quali, se durino fino al levar della canicola, porteranno malattie, estrema penuria, massime in Macedonia, Tracia, Illiria, nell’India alta, nella Gedrosia, paesi sottoposti all’influenza del capricorno. Se la luna eclissa ne’ gemelli, le cose politiche saranno turbate, e muteranno di mano. Un tremuoto fra una neomenia e il quinto giorno del mese lunare annunzia la morte di molti; se è fra il nono e il diciannovesimo, un disastro pel capo del governo; se fra il ventesimoquinto e il trentesimo, tempeste, guerra, caduta d’un gran personaggio.

Il calendario Viennese, pubblicato dal Lambeccio, tiene già la divisione della settimana cristiana, ed è di circa la metà del IV secolo. L’uso di scolpire calendarj in pietra durò fra’ Cristiani; e nel demolire il castello di Coëdic in Bretagna se ne trovò uno, spiegato nelle Memorie dell’Accademia delle iscrizioni dal Lancelot, che lo crede del 468.

Se mai sforzo d’erudizione recondita fu fatto per sostenere un errore, è certo quello con cui il danese Niebuhr tolse a provare che il primitivo anno degli Italiani, adottato alle origini da Roma, constava di trecentoquattro giorni in dieci mesi. Quest’anno era lunare, e rimettevasi in accordo coll’anno solare mediante l’intercalazione trieterica in periodi di ventidue anni, adattandovi, dieci volte per ciascuno, un mese supplementare, alternativamente di ventidue e di ventitre giorni, e trascurando l’ultimo triennio. Come cinque anni facevano un lustro, cinque di tali periodi facevano un secolo di centodieci anni. L’anno è istituito per comodo della vita e pel periodico ritorno di certe feste; onde sempre fu messo in accordo più o meno esatto con una rivoluzione della terra attorno al sole, e con un periodo delle fasi lunari.

Pertanto già gli antichi trovavano assurdo il supporre un anno siffatto, senza correlazione nè col sole nè colla luna. Plutarco dubitò se mai fosse adoperato, e Giuseppe Scaligero lo tratta di favola, supponendolo fin da principio di dodici mesi. Il Niebuhr attribuisce questa repugnanza all’abitudine; ed oltre le precise indicazioni di Censorino e di Macrobio, troverebbe prove della sua applicazione in tempo più recente. Inoltre, atteso i rapporti ciclici di quest’anno col lunare intercalato che dicemmo, e col suo periodo secolare, si vede che da una parte potea servire di correzione perpetua, dall’altra era preferibile per l’uso scientifico.

La chiave di questo sistema gli è data da Censorino, De die natali, XVIII, dicendo che il lustro era l’antico anno grande di Roma, e il ciclo in cui il cominciamento dell’anno civile coincideva con quello dell’anno solare. Cinque anni solari egizj, da 365 giorni, ne contengono 1825; sei anni di Roma da 304, fanno 1824: onde in cinque anni la cronologia romana perdeva un giorno a fronte dell’egizia civile, che non aveva anni bisestili, e che in capo a 1461 anno tornava al suo punto di partenza colla perdita di un anno, siccome chi fa il giro del globo perde un giorno tra via. La cronologia romana, a confronto coll’anno giuliano, perdeva circa un giorno e un quarto: deviazione sì forte, che, se altre divisioni del tempo, nel sistema medesimo dell’anno di dieci mesi, non avessero somministrato un’intercalazione sistematica facile e di evidente concordanza, bisognerebbe credere assolutamente inverosimile l’uso ciclico di anno siffatto.

Queste divisioni di tempo sono il più grande e il più piccolo fra i periodi etruschi, il secolo e la settimana di otto giorni. Il secolo era pure la misura dell’anno lunare, intercalato: la settimana si conservò presso i Romani, talmente che ogni nono giorno era mercato (nundinæ). Fra gli Etruschi questo nono dì era pure chiamato nonæ; e in armonia con siffatta divisione di tempo, un tal nome fu sempre appropriato al nono giorno avanti agli idi. Ma le nundinæ di Roma non stavano in veruna relazione coll’anno, ed erano semplicemente un giorno del mese; mentre fra gli Etruschi formavano vere divisioni di settimana, ogni nono dì essendo quel degli affari, e in cui i re davano udienza e rendevano giustizia (Macrobio, Saturn., I. 13). L’anno di dieci mesi e di trecentoquattro giorni si risolve appunto in trentotto ottave; onde conta altrettante none, ed è precisamente il numero de’ giorni chiamati fasti nel calendario giuliano. Così questo numero si conservò dai Romani; ma essendo insufficiente per gli affari del fôro, molti altri giorni furono aggiunti con nomi diversi.