Cominciando le settimane sempre al medesimo giorno del mese, anche i mesi intercalari doveano essere divisibili per otto. Ora, se nel secolo del periodo ciclico, composto di cendieci anni o ventidue lustri, s’intercalasse all’undecimo ed al vigesimosecondo lustro un mese di tre ottave, cioè di ventiquattro giorni, ne risultava al fine del periodo un’approssimazione alla verità e una correzione del cielo lunare inaspettatissima; giacchè, secondo il calcolo dello Scaligero, che non aspirava ad esattezza maggiore di quella del calendario giuliano, i cinque periodi di secolo facevano 40,177 giorni, intanto che la somma degli anni ciclici, giusta siffatta intercalazione, ne dava 40,176. Mentre dunque la cronologia giuliana suppone l’anno tropico di 365 giorni e 6 ore, l’antica lo fa di 365 giorni 5h 40’ 22”, cioè solo 8’ 23” meno del vero, non di 11h e 15’ come il giuliano. Le 15h 22’ 10” che mancavano al periodo etrusco di centodieci anni, e che in capo a centosettantadue anni producevano un giorno di perdita, dovettero essere supplite con ulteriori intercalazioni: ma le regole di calcolo non poteano spingersi fino ai minuti secondi, ed è molto verosimile che gli Etruschi abbiano determinato l’anno tropico a 365 giorni 5h 40’.

Dalla scientifica esattezza di quest’anno, che era una forma di cui erasi perduto il senso, consegue l’uso che se ne poteva fare accanto dell’anno civile già costituito. Nell’ultimo periodo, invece d’un mese intercalare di 25 giorni, bisognava armonizzare i due sistemi, intercalandone uno di 22. Purchè dal principio del secolo fino al suo termine si contasse esattamente, la correzione succedeva; e per evitare la confusione minacciata dal cominciare così vario dell’anno dei Fasti, si adottò la pratica di conficcare un chiodo nel tempio del Campidoglio. A mezzo il VI secolo erasi dimenticato il senso di questa solennità, tanto che eccitava solo il riso; e forse erasi abbandonata da che il consolato passava senza interregno ai successori eletti: perciò Cincio (ap. Livio, VII. 5) dicea d’avere trovato i medesimi segni nel tempio di Norcia a Vulsinia, aggiungendo che era l’indicazione degli anni nel tempo che raro si scriveva. Scopo di questa cerimonia era di segnare quanti lustri fossero trascorsi dopo cominciato il secolo. A tutto ciò Niebuhr confessa che manca l’appoggio di testi antichi; ma è forza scegliere fra due supposizioni: o i prischi Romani, ignoranti quanto sciocchi, usavano un calendario non fondato su veruna analogia colla natura nè colla scienza; o i Romani adottarono un calendario, frutto d’un popolo addottrinato. Ammettere con Macrobio, che quando i mesi non si acconciavano più colle stagioni, i Romani lasciassero trascorrere un certo tempo senza denominarlo, è un farli più barbari degli Irochesi.

Gli archeologi supposero che il calendario di dieci mesi fosse dapprima il solo usato, e presto venisse abbandonato del tutto. Ma Niebuhr riflette che quel calendario è in relazione coll’anno ciclico lunare, per modo che dovette essere formato simultaneamente; e d’altro lato è possibile che il più antico usato fra il popolo fosse collegato ad osservazioni sulle fasi della luna; e un calendario adattato alle stagioni dovette sempre essere indispensabile.

Che poi il calendario di dieci mesi rimanesse in uso anche dopo la cacciata dei re, parrebbe da applicazioni, di cui le generazioni successive non conobbero l’origine. Gli Etruschi avevano adottato di non concludere trattati di pace che sotto forma d’armistizio e per un tempo prefinito. Quasi tutti i trattati conchiusi dai Romani con Vejo, Tarquinia, Cere, Capena, Vulsinia sono qualificati per tregue, esprimendo per quanti anni durerebbero; ma agli Etruschi non si rinfaccia mai di averle violate, benchè le ostilità comincino quasi sempre prima che gli anni dell’armistizio sieno compiti. Per dirne uno, il trattato con Vejo nel 280 si stipula che durerà quarant’anni: ora nel 316 si parla della defezione di Fidene che si unisce a Vejo, il che suppone che questa repubblica fosse già in guerra con Roma; e i Romani, per quanto irritati della diserzione di Fidene, non accusano i Vejenti d’aver fallito il patto. Più decisivo è l’udire da Tito Livio, sotto il 347, che la tregua di vent’anni conchiusa nel 329 era spirata; mentre, secondo i Fasti, non sarebbero trascorsi che diciotto anni. Questi fatti non si possono spiegare se non applicando l’anno di dieci mesi, quaranta dei quali equivalgono a 33 1⁄3, e venti a 16 2⁄3; per modo che nel primo esempio la tregua era spirata col 314, nel secondo col 346.

Tali sono le ragioni del Niebuhr, raccolte con quella sottigliezza che eccita la meraviglia, ma non soddisfa la ragione. Siffatta cronologia, che a lui pare semplice e regolare, cadde in disordine, atteso l’ignoranza delle matematiche e dell’astronomia, di cui gli Etruschi avevano bensì comunicato ai Romani i risultamenti, ma non la scienza: e fu aumentato dalla mala fede de’ pontefici, che acquistato il diritto di fare intercalazioni ad arbitrio, favorivano o sfavorivano i consoli o i questori, prolungando o accorciando l’anno della loro magistratura. Dell’anno di dieci mesi trovasi però vestigio nel lutto prescritto alle vedove, nel tempo da pagare le doti e i legati, nel credito per vendita di frutti, e forse negli interessi del denaro.

Riguardo agli altri popoli italiani, i Latini e gli Ernici usavano calcoli del tempo loro proprj; e Censorino, il quale c’informa della cronologia de’ diversi popoli, avverte che ne’ calendarj di Alba, Lavinio, Tusculo, Ericia, Ferentino i mesi variavano dai 39 fino ai 16 giorni. Dell’anno de’ popoli Ausonj sappiamo soltanto che era differente dal civile di Roma, la quale perciò con essi, co’ Volsci e cogli Equi calcolava la durata delle tregue secondo gli anni ciclici.

Del resto fa meraviglia come i Romani, che tanto si occuparono del calendario, rimanessero sempre in somma incertezza di date e di epoche: colpa appunto del mescolarvisi tanto la politica, e valersene patrizj e sacerdoti per governare il popolo. Genti antichissime e fin barbare possedettero esattissimi calendarj; i Romani l’ebbero vacillante sino alla riforma di Giulio Cesare.

Quanto all’êra, la deducevano dalla fondazione della loro città, nel 753 o 754 a. C.: ma ne erano talmente incerti, che presero lo spediente di notare ciascun anno dal nome de’ consoli. Divennero perciò importantissimi ai cronologi i Fasti consolari, vale a dire la serie de’ consoli. Erano scolpiti in Campidoglio, e una parte ne fu dissepolta il 1547, e dal cardinale Alessandro Farnese donata al senato romano, che la fece riporre in una sala, da Michelangelo disposta in Campidoglio. Ma non erano compiuti; ed altri furono scoperti il 1503 a’ piedi delle Esquilie, altri nel 1816 presso al tempio di Castore, altri nel 1876.

Questi Marmi Capitolini contengono non solo i consoli annuali, cominciando dal 295 di Roma, ma le liste degli altri magistrati e de’ pontefici, e alcuni avvenimenti. Eccone un esempio:

AN. VRB. COND. CCXX. L. TARQVINIVS L. F. DAMARATI N. SVPERBVS REX POPVLI INIVSSV ET SINE PATRVM AVCTORITATE ISQVE VRBEM CAPITOLINO TEMPLO AVGVSTIOREM REDDIDIT FERIAS LATINAS INSTITVIT LIBROS SIBILLINOS REIPVBLICÆ COMPARATOS II VIRIS INSPICIENDOS SERVANDOSQVE DEDIT.