Onofrio Panvinio li credette opera di Verrio Flacco, il quale, secondo Svetonio, fastos a se ordinatos et marmoreo parieti incisos publicarat. Mutilati com’erano, venivano scarsi all’uopo, onde molti si diedero a supplirli, ossia a compilare nuovi fasti, e l’edizione più recente è: Fasti consulares triumphalesque Romanorum, ad fidem optimorum auctorum recensuit et indicem adjecit J. G. Baiter, Zurigo 1837.
L’arbitrio lasciato ai sacerdoti di mettere in accordo il corso del sole e le lunazioni, e la mala pratica nel fare le intercalazioni, aveano prodotto nel calendario romano grave disordine, al quale volle riparare Cesare, 46 anni prima di Cristo. Sosigene, principale autore di tale riforma, fissò l’equinozio di primavera al 25 marzo: ma la differenza di 11 minuti e 12 secondi fra l’anno suo e il vero, ogni centoventinove anni facea precedere d’un giorno esso equinozio, sicchè al tempo del concilio di Nicea, cioè nel 325 dell’êra vulgare, cadeva al 23 marzo.
Già agli antichi Ebrei, che rozzamente regolavano l’anno secondo le lune, era stato cagione di darvi miglior ordine la celebrazione delle feste: imperocchè a Pasqua doveano essi mangiare l’agnello, e offrire le primizie dell’orzo; a Pentecoste, due pani fatti col frumento nuovo; le solennità de’ Tabernacoli doveano succedere dopo finita la vendemmia e raccolti gli ulivi: era dunque necessaria l’intercalazione acciocchè tornassero tali feste in tempi da poter consumare quei riti. Per egual modo il doversi celebrare la Pasqua nel plenilunio che succede all’equinozio di primavera, fece che i Cristiani ponessero mente all’accennata variazione, della quale i Padri, radunati nel concilio Niceno, non seppero trovare la ragione.
Nel 1257 la precessione era di 11 giorni: tre anni dopo, l’inglese Giovanni di Sacrobosco avvertiva la necessità d’una nuova riforma; alcuni la tentarono nel secolo XIV; se ne trattò pure in varj concilj, alfine la ordinò quel di Trento. Gregorio XIII occupò dieci anni a discutere le diverse formole a ciò presentategli, singolarmente dal perugino Ignazio Danti domenicano, autore del gnomone di San Petronio a Bologna, e dal gesuita Clavio di Bamberga. Intanto Luigi Lilio, medico calabrese di nessun nome, ideava il metodo più spediente a correggere l’errore; ma morto prima di darvi compimento, suo fratello Antonio terminò il lavoro e l’offerse al pontefice, che nel 1577 ne mandò copia a tutti i principi, alle repubbliche e alle accademie cattoliche. Avutone l’approvazione, Gregorio pubblicò il nuovo calendario l’anno 1582, sopprimendo dieci giorni fra il 5 ed il 15 di ottobre. In esso è fissato l’anno a 365 giorni 5h 49’; e che, ogni quattro anni, uno sia bisestile, eccetto il quarto secolare, come fu il 1800. Questa correzione s’approssima tanto al vero, che solo dopo 4238 anni i minuti residui sommeranno ad un intero giorno, di cui sarà preceduto l’equinozio. Chi allora vivrà, ci provveda.
Per rispetto all’abitudine, il calendario gregoriano lasciò sussistere la divisione del giuliano in mesi capricciosamente lunghi di 30 o di 31 giorno; e il cominciare l’anno circa otto giorni dopo il solstizio, in modo che il principio dei mesi non corrisponde coll’entrare del sole nei varj segni dello zodiaco. E semplicità e naturalezza e venustà si sarebbe potuto ottenere cominciando l’anno col giorno solstiziale, e facendo i mesi alternamente di 30 e di 31 giorno, eccetto l’ultimo di 29, e di 30 nei bisestili; o meglio ancora, facendo di 31 giorno i mesi tra l’equinozio primaverile e l’autunnale, di 30 gli altri, e scemo il dicembre; col che i principj dei mesi avrebbero combinato quasi appunto coll’ingresso del sole ne’ segni dello zodiaco.
APPENDICE III. INCERTEZZA DELLA STORIA PRIMITIVA DI ROMA E FONTI DI ESSA
(Vol. I, pag. 157).
Tardissimo si scrisse delle origini di Roma, e primi lo fecero Greci, i quali, stipendiati come precettori nelle case patrizie, inventavano o alteravano i fatti per dare lustro all’una o all’altra di queste, senza badare più che tanto alla verità, e spesso indulgendo al patriotismo col dare risalto alla civiltà greca. I due più celebri furono Dionigi d’Alicarnasso e Polibio: ma essi mostrano non riporre veruna fiducia negli autori che li precedettero nell’illustrare le antichità romane.
Dionigi d’Alicarnasso, vivo all’età d’Augusto, abbracciò i tempi dall’origine di Roma fino all’anno in cui cominciò Polibio la sua storia. I primi undici libri giungono al 433 avanti Cristo: il resto è perduto, salvo alquanti frammenti, alcuni de’ quali pubblicati non ha molto dal Maj. Per quanto siasi detto a suo appoggio, è facile comprendere che sì egli, sì Tito Livio, non fanno che accumulare favole, mal palliate dalla retorica di quello e dalla grandiloquenza di questo. Livio confessa tratto tratto di non sapere il certo; riferisce sovente con forme dubitative: dopo le quali è strano come egli scenda a particolarità, dicevoli solo a chi avesse direttamente udito o visto. Mancando poi del sentimento dell’antichità e della pieghevolezza di spirito che s’adatta ai varj tempi e ai varj popoli, non ci presenta che ideali di vizj e di virtù.
Plutarco, greco e vissuto ancor più tardi, nelle vite di Romolo, Numa, Coriolano, Catone, Publicola, Camillo, mostra aver conosciuto documenti ignoti a Livio e a Dionigi, onde qualche importanza acquista nel darcene informazione. Ma oltre le vite, egli stese Paralleli della storia greca e romana, ove riferisce molte tradizioni greche, corrispondenti alle romane. Filonome, figlia di Nictimo, concepì dal dio Marte due gemelli, che furono gittati nel fiume Erimanto: l’acqua li trasportò nel cavo d’una pianta, ove una lupa gli allattò: poi tolti ad allevare da un pastore, divennero re d’Arcadia. — I Tegeati e i Feneati in guerra fra loro, convengono di terminarla rimettendosi al duello di tre gemelli contro tre altri, figli di Demostrato e di Ressimaco. Critolao, ch’era il secondo di questi ultimi, vedendo i fratelli caduti, finge fuggire, poi si rivolge a combattere i tre avversarj che a spazio disuguale lo inseguivano, e ne trionfa. Tornato, uccide una sorella; e accusato dalla madre, è assolto dal popolo. — Brenno re dei Galli assedia Efeso, e Demonica gli promette tradirgli una porta, patto che le dia in ricompensa tutte le ricchezze del tempio. Avutala, il Gallo fa gettare su costei tante preziosità, che la soffoca.