Sì evidente rispondenza coi fatti di Romolo, degli Orazj, di Tarpea potrebbe essere accidentale? Attento poi sempre com’era al concetto morale e all’arte, Plutarco svisava anche i fatti o non li chiariva; onde un moderno, il quale all’arguzia sentitissima univa una profonda cognizione degli antichi, disse che Plutarco «farebbe guadagnare a Pompeo la battaglia di Fàrsalo se ciò potesse rendere alquanto più rotonda la sua frase» (Courier, Lettera a Thomassin, 25 agosto 1809).
Ogni anno, presso i Romani, il magistrato supremo conficcava un chiodo in un tempio, chi dice per segnare gli anni, chi per un fine religioso. In occorrenza di peste si eleggeva un dittatore apposta per piantarlo; dictator clavi figendi causa. Quest’uso darebbe a pensare che non sapeasi o non soleasi scrivere, e quindi era impossibile che ci venisse tramandata la storia dei primi tempi colle particolarità che alcuni storici spacciano. I quali medesimi, dopo averci regalato come indubitabili alcuni minutissimi ragguagli, mostrano poi peritanza e oscurità in avvenimenti di capitale rilievo. Lo stesso Livio, del quale il Niebuhr disse che non conosce il dubbio, mostra più volte esitare sui cominciamenti della romana storia; ignora gli anni di avvenimenti insigni, quali, per esempio, la battaglia al lago Regillo e la creazione del primo dittatore, e chi fosse; ripete ogni tratto che non facile est aut rem rei, aut auctorem auctori præferre (VIII. 40); che certam derogat vetustas fidem (VII. 6); che basta in rebus tam antiquis, si quæ similia veri sint, pro veris accipiantur (v. 21); e conta come favole parecchi di quei fatti, e come aptiora scenæ, gaudentis miraculis, e che non val la pena di affermarle nè confutarle (v. 21). Cicerone ride delle storielle de’ primi tempi, dove «appena i nomi dei re sono conosciuti» (De Rep., II. 18): il resto di quella storia est nostris hominibus adhuc aut ignorata, aut relicta (De Leg., I. 2).
Eppure si sa che Porcio Catone pel primo, poi Cintio Alimento, Valerio d’Anzio, Licinio Macro, Elio, Gellio, Calpurnio ed altri aveano scritto sulle origini romane; ma tutti lontani sei secoli da queste, come anche Fabio Pittore, da Livio chiamato longe antiquissimus, e da Polibio dichiarato leggero e poco cauto. Qual fondamento dunque fare sopra esso Polibio e sopra Dionigi, che della costoro autorità si appoggiarono? E quando, come spessissimo accade, l’uno contraddice all’altro e a Tito Livio, a quale dare fede? Poi qualche grammatico ci conservò brandelli e testi sconnessi d’autori perduti, che vengono ancora a insinuare nuovi dubbj e differenze nuove, in modo che si potrebbe dire disperata la conoscenza della storia primitiva di Roma.
Oltre gli scrittori, questa cercasi dedurre, 1º dai grandi annali, Annales maximi o publici, Annales pontificum; 2º dagli atti pubblici; 3º dagli atti de’ magistrati, che forse sono tutt’uno coi Libri lintei, contenenti l’elenco de’ magistrati superiori; 4º dalle cronache delle famiglie censorie e dagli elogi funebri, Laudationes funebres, già da Cicerone indicati come fonte di menzogne. V’è chi crede che i re abbiano lasciato delle memorie, Commentarii regum, tra legali e storiche, concernenti la loro amministrazione.
La presa di Roma per opera de’ Galli mandò a male tutto quello ch’era anteriore; gli annali de’ pontefici vi perirono in gran parte; il resto custodivasi arcano; il senato non cominciò a registrare i suoi atti che sotto Giulio Cesare. Ma sebbene si perdessero in quell’incendio i documenti primitivi, quai ch’essi fossero, sopravvissero nelle memorie alcuni canti nazionali (non già una regolare epopea), dove un fondo di verità era stato, come suole, abbellito dall’immaginazione, e che prima di Catone solevansi cantare nei banchetti (Varrone ap. Nonio, ad assa voce). Cicerone nelle Tusculane, IV. 2 dice: Morem apud majores hunc epularum fuisse, ut deinceps qui accubarent, canerent ad tibiam clarorum virorum laudes atque virtutes.
Aggiungi alcune feste nazionali, come sarebbero le Palilie, che si celebravano all’anniversario della fondazione di Roma il 21 aprile. Dionigi dubita se fossero anteriori a questa, al che propenderebbe anche Plutarco, e siasi scelto quel giorno come fausto, per inaugurare la nuova città; o veramente se sieno nate colla città stessa, alla cui inaugurazione si credette bene invocare anche le divinità pastorali. Altre feste ancora rammentavano fatti della Roma antica: ma potrebbe darsi o che vi fossero applicate le leggende tradizionali, o che queste ne alterassero il senso primitivo.
I pontefici solevano riferire s’una tavola gli avvenimenti più importanti di ciascun anno, i nomi de’ magistrati, i trionfi, gli eclissi, il caro de’ viveri, i prodigi, le calamità pubbliche; e cominciando dal 350 di Roma, offrivano, se non altro, una serie cronologica. Pare non siano periti affatto nell’incendio suddetto, poichè li troviamo citati a proposito di fatti anteriori; ma ristretti in iscrizioni, ognuno vede come poco potessero servire a quella che è storia d’uomini.
Anche documenti pubblici scolpiti su tavole sopravanzarono, in caratteri e in lingua antiquata: che se Livio od altri non vi posero mente, le consultò Polibio a gran vantaggio. Nello splendore di Roma repubblicana, l’uomo, assorto nella vita attiva, non curavasi di rovistare negli archivj, dissotterrare lapide, dicifrare tavole; e la storia d’allora sente la pienezza della pubblica vita più che l’indagine dell’erudito, l’entusiasmo più che la ponderazione scientifica. Mutati i tempi, gli imperatori animarono le ricerche: Vespasiano fece trarre in luce tremila tavole di rame, che diceansi campate dall’incendio de’ Galli, e che contenevano trattati, senatoconsulti, plebisciti, privilegi, risalenti fin quasi all’origine di Roma (Svetonio, in Vespasiano, cap. VIII). A queste avranno potuto ricorrere Tacito e Plinio, e trovarvi, per esempio, il trattato vergognoso de’ Romani con Porsena, e tant’altri fatti che avrebbero al certo mutato aspetto alla primitiva romana storia, se essi o qualche par loro l’avessero scritta.
Questo basti a dar ragione delle numerose contraddizioni fra gli uni e gli altri scrittori, fino a non saper certo nè il fondatore della città, nè il tempo, nè quali i primi abitatori, nè come nascessero i comizj per tribù, nè se Porsena pigliasse la città, nè se i Galli la distruggessero. Serva pure a tôrne lo scandalo a coloro che, nel vedere i moderni riconvenire d’ignoranza o di mala intelligenza gli antichi, adducono che questi, essendo più vicini ai fatti, sono meglio attendibili. Assai tardi il dubbio si insinuò, se pure non si dia per tale il ridersi del rasojo di Nevio e delle oche del Campidoglio, baje già per gli antichi. Il medioevo credea; e avvezzo a riposare sull’autorità nelle materie sacre, anche nelle profane non sottigliava; tanto più che l’erudizione difettava di mezzi, quand’anche avesse posseduto la critica. Al risorgimento delle lettere, la venerazione per tutto ciò che era antico s’insinuò negli animi per modo, da influire non soltanto sulla letteratura, ma sulla legislazione e sulla vita. Adunque la storia romana fu accettata siccome di fede, e trattata con quella sommessione di spirito e di giudizio alla lettera scritta, che dominava tutto l’insegnamento. Dubitare di quel che aveano detto un Livio, un Dionigi, un Plutarco, sarebbe parso colpa di lesa antichità: tutt’al più s’applicavano di ridurre in accordo le loro contraddizioni, calcolare qual di due autorità avesse maggior peso. Ben si meritarono egregiamente i critici del Cinquecento col faticarsi a raccorre dalla superstite letteratura tutti i brani che rischiarassero le antichità romane; e vanno lodatissimi da chiunque non faccia colpa ad uno scrittore s’egli non sorpassa le idee e la erudizione del suo secolo. Fra gl’Italiani meritano special lode Paolo Manuzio, il Sigonio, De antiquo jure Italiæ, De antiquo jure provinciarum, De judiciis, e il Gravina più tardi. Machiavelli accettava come oracolo che che trovava in Tito Livio, non pensando a discuterne, ma volendo soltanto farsene un testo di discorsi o di opportuna allusione.
Pure non mancò qualche arguto, che avvisasse le contraddizioni e gli assurdi. Il nostro Lorenzo Valla, in una disputa sopra Tito Livio, pose a nudo le magagne della prima storia di Roma. Fin dal 1677 Lancelotto Secondo, ingegno bizzarro, scrisse gli spiritosi Farfalloni degli antichi storici, ove mette in rilievo le costoro incoerenze e ciancie, ma con intento di celia e negazione. Con maggiore franchezza lo svizzero Glareano mostrava gli svarj di Livio: ma restò oppresso dalla universale indignazione del dotto vulgo. Con erudizione ponderata Giuseppe Scaligero e Giusto Lipsio tolsero ad esame quegli storici. Con violenza Perizonio professore di Leida (Animadversiones, 1685) oppose testi a testi, e pel primo avvisò che, nel racconto di Livio, una parte vada attribuita ad antichi canti nazionali: ebbe la sorte di chi di buon tratto precede i suoi tempi, restando ignorato e incompreso; eppure dalla minuzia de’ particolari seppe sorgere a generali ed estese osservazioni, che annunziavano una nuova êra dell’arte critica.