La quale, associandosi al progresso delle altre scienze, usciva di tutela, e non guardava più con cieca riverenza i libri siccome unico campo degli eruditi, ma voleva che a questi l’uomo si accostasse col giudizio e col sentimento proprio e coll’esperienza delle cose del mondo. Pietro Bayle, che nel suo Dizionario critico recava il dubbio e lo scherno anche su punti molto più sacri che non la ninfa Egeria e il bastone incombustibile di Romolo, poco si prevalse del lavoro di Perizonio, già da dodici anni pubblicato, e che pure egli chiamava l’errata degli storici e de’ critici; ma suppose che, come nei monasteri si dava per esercizio agli studenti di comporre vite, martirj e miracoli di santi, che poi da taluni furono scambiati per leggende vere, così la storia dei primi re fosse dedotta da esercitazioni retoriche.
Luigi di Beaufort (Sur l’incertitude des cinq premiers siècles de l’histoire romaine, 1738) non più da scorridore, ma di proposito e con giusta arte di guerra la storia primitiva romana tutta relega tra le finzioni poetiche. Il suo libro, pel tono stesso frizzante, venne accolto con applauso, per quanto egli ecceda nell’abbattere, e vacilli le poche volte che tenta ricostruire: gli uomini d’ingegno lo lessero, l’applaudirono, pure seguitarono a contare i sette re, e gli storici a descrivere i primi tempi di Roma con intrepida sicurezza. Lo stesso Montesquieu, il quale spiega tant’ala allorchè Roma assume politica fisionomia, e l’elemento italico lotta e si fonde collo straniero, vagella nella cognizione di Roma primitiva e delle sue antichità; e i sette re sono per lui, come pel Machiavelli, personaggi delle corti e de’ gabinetti moderni.
In mezzo però a tutte quelle fatiche di demolizione, un Italiano, solo, sconosciuto, aveva assunto quest’impresa con idea più vasta, mostrando che la storia romana, quale fin allora intendevasi, era più incredibile che non la favolosa di Grecia; perocchè questa non si comprende che cosa voglia dire, quella ripugna all’andamento della natura umana. Non contentandosi però di abbattere come i critici puramente negativi, aveva adoperato quei rottami a rifare un edifizio grandioso.
Parliamo di Giambattista Vico napoletano, il quale nelle due Scienze nuove e nelle opere latine investigò nella romana la storia ideale dell’umanità, interpretò que’ racconti come simboli, e mostrando che l’umanità si costruisce da se stessa, ne seguitò i passi e i faticosi acquisti. Gli uomini che s’incontrano nella storia infinitamente superiori all’umanità, non sono, al dire di lui, che una creazione di essa umanità, la quale accumulò sopra un solo la lenta opera dei secoli e le imprese dei molti che essi riassumevano. Romolo, Numa, Servio, le XII Tavole sono meri enti di fantasia, idoli storici, epiloghi d’un ciclo poetico: Romolo e i padri d’illustri parentele (gentes) fondarono la città sopra la religione degli auspizj, e sopra l’asilo aperto ai vinti e ai deboli che alla loro tutela rifuggivano: di qui vennero, come in tutte le città eroiche, due Comuni; patrizj che comandano, plebei che obbediscono.
I patrizj avevano impero familiare e impero civile o pubblico: il primo estendeasi sopra i figliuoli e le famiglie, donde i nomi di patritii, patria, res patrum; e sopra i possedimenti, che godevano immuni da tributo. Tutti insieme tenevano l’impero pubblico, governando i comuni interessi nelle adunanze che erano i comizj curiati, dove interveniva il popolo de’ Quiriti (detti così da quir asta), cioè i soli nobili; ed il senato, composto dei capi delle parentele e presieduti da un re.
Essi patrizj, come facevano i nostri baroni del medioevo, abitavano su alture fortificate: la plebe tenevasi al basso (onde humili loco natus), per nulla partecipando alla cittadinanza, vivendo col lavorare a giornate le terre de’ nobili, cui era obbligata servire in guerra senza soldo, e rendere tutte le derrate, se non volesse essere chiusa nelle carceri private di essi. Leggi scritte non v’erano, ma il popolo, cioè i nobili raccolti, provvedevano secondo i casi alla pubblica sicurezza: quindi i nomi lex ed exempla.
Tale fu il governo sotto i re, i quali non sono altrimenti ad intendere per effettive persone, ma per caratteri eroici e poetici, sui quali s’accumularono diversissimi casi e ordinamenti; attribuendo, per esempio, a Romolo tutte le leggi intorno agli istituti civili, a Numa quelle concernenti le cose sacre, a Tullo le militari, a Tarquinio le divise della maestà, a Servio le costituzioni sul censo e quelle che avviarono la libertà popolare.
Regnante il qual Servio, erasi operato un insigne mutamento. I plebei, oppressi sempre peggio dai nobili, sentirono quanta abbiano forza il numero e la concordia, pretesero una legge agraria, e ottennero il dominio bonitario, o vogliam dire il naturale possesso dei campi pubblici, che conservarono a maniera di feudi rustici, pagando un annuo censo ai nobili, presso cui rimaneva il dominio quiritario, cioè patronale, ed obbligandosi ad assisterli nel ricuperarne il possesso qualora lo perdessero (juris auctores fieri).
Dovunque le cose trovansi a simile condizione, il re si mostra tutore dei diritti popolari incontro ai nobili; e tale uffizio sostennero Servio e Tarquinio Superbo: del che forse scontenti, i nobili cacciarono quest’ultimo, operando quella rivoluzione che a torto viene considerata come popolare e liberale. Allora i nobili tornarono ad insolentire, ritoglievano i campi, aggravavano il censo alla plebe, che avea già cominciato a tenere i comizj delle sue tribù. Per ovviare la tempesta, il senato comandò che il censo dei campi non si pagasse più al privato dominatore o feudatario, ma al tesoro pubblico, il quale si assumeva le spese per la guerra.
La plebe però non avendo azione civile, mancava di mezzi onde garantirsi dalle usurpazioni de’ magnati; e per questo si ritirò sul monte Sacro, finchè ottenne prima i tribuni per difendere la sua libertà naturale e il dominio bonitario de’ campi, poi una legge scritta e patente, obbligatoria ai patrizj non meno che ai plebei. Fu quella delle XII Tavole, per cui la cognizione delle leggi, uscendo di mano de’ nobili e sacerdoti, cessò d’essere un arcano. Fu essa ordinata, non secondo le greche ma secondo le consuetudini latine e romane, siccome appare evidente se si spogli dalle aggiunte fattevi come a carattere poetico.