Cadendo tutte le altre supposizioni, alcuni eruditi ritornarono all’antica, che vedeva in quel fanciullo il Cristo. Non già che Virgilio fosse profeta; ma la tradizione d’un vicino redentore era molto diffusa in quei tempi per l’Oriente; potea Virgilio averla udita, e trovatala bel soggetto di canto, ove dipingere estesa a tutto il mondo quella felicità, ch’egli inclinava a vedere ne’ suoi pastori. Virgilio tutte o quasi tutte le altre egloghe dedusse da poeti alessandrini a noi conosciuti: chi ardirebbe negare che questa pure avesse tratta da alcuno a noi ignoto, il quale dagli Ebrei, allora numerosi in Alessandria, avesse avuto conoscenza dell’aspettato Messia, e de’ colori con cui Isaia e gli altri profeti dipingeano la nuova età? E veramente chi ben guardi, trova in quest’egloga de’ pensieri e de’ colori che tengono forte dell’orientale, anzi del profetico; e il poeta stesso dice d’esporre i vaticinj della Sibilla Cumana.

E noi accettiamo volentieri Virgilio come il più insigne interprete degli insegnamenti delle Sibille, quali che coteste si siano (vedi l’Appendice IV). Il libro vi dell’Eneide palesa credenze elevate, quali in niuna parte riscontransi del paganesimo; una filosofia che sente di cristiano; quasi che il Verbo divino siasi già accostato alla terra tanto da balenare a qualche intelletto privilegiato. Ebbene, tutti que’ dogmi pone Virgilio in bocca alla Sibilla.

In essa egloga poi egli dipinge con colori pastorali e mitologici un’età dell’oro, ma sul fine cangia di tono; sicchè Schmidt, nella Redenzione del genere umano, vi pose rimpetto le due profezie di David e d’Isaia sulla venuta del Salvatore, come prova che avessero un’origine comune. Isaia esclama: «Un fanciullo ci è nato, che porterà sulle spalle il segno della dominazione. Sarà detto l’Ammirabile, Dio forte, Principe della pace; il suo impero si estenderà ognora più, e la pace sua non avrà fine. Sederà sul trono di Davide. La giustizia sarà cingolo sulle reni, e la fede sua bandoliera. Il lupo dimorerà coll’agnello, il leopardo coricherassi col capriolo, il leone e la pecora stabbieranno insieme, e un fanciullo li guiderà... Il deserto s’allegrerà; la solitudine, nella gioja, fiorirà come il giglio, germoglierà d’ogni parte in un’effusione di letizia e di lode; nelle caverne, dove stanno i dragoni, crescerà la verzura delle canne e de’ giunchi, ecc.».

E David: — Tu vinci in bellezza i figli degli uomini, e grazia ammirabile è diffusa sulle tue labbra; lo perchè Iddio ti ha benedetto in eterno. Tu onnipotente, cingi la spada sopra il tuo fianco, t’armi e trionfi, e stabilisci il tuo regno mediante la dolcezza, la verità, la giustizia... Giudichi i popoli secondo la giustizia, e i poveri con equità. Le montagne ricevano la pace pel popolo, e le colline la giustizia. Egli salverà i figli dei poveri, e umilierà il calunniatore. Discenderà come pioggia sul vello, e come acqua dal colmo de’ tetti. La giustizia apparirà al suo tempo con un’abbondanza di pace, che durerà quanto la terra, e regnerà dall’uno all’altro mare».

È evidente che il fondo è il medesimo come in Virgilio, sol differendo nelle diverse idee di grandezza fra i due popoli, e nella maggiore incertezza che avvolge i Gentili. Fra i quali è notevole come si fossero allora diffuse le profezie a segno da sgomentare i potenti: Augusto bruciò duemila libri di vaticinj, gli altri riveduti ed appurati chiuse sotto al piedistallo dell’Apollo Palatino: vivo Augusto, erasi annunziato a Roma che la natura partoriva un re al popolo romano (Regem populo romano naturam partorire. Svetonio in Aug., 94): la credenza antica e costante in tutto l’Oriente d’un liberatore del genere umano erasi rinfrescata, e che la Giudea diverrebbe signora del mondo (Percrebuerat toto Oriente vetus et constans opinio... esse in fatis, ut eo tempore Judæa profecti rerum potirentur. Svetonio, in Vesp., 4. — Eo ipso tempore fore ut valesceret Oriens, profectique Judæa rerum potirentur. Tacito, Hist., V, 13): indovini predissero a Nerone che stavano per perire il regno di Gerusalemme e l’impero d’Oriente (Svetonio, in Ner., 40): poco dopo, l’oracolo del Carmelo con promesse di gloria eccitava gli Ebrei all’ultima ribellione: e Gioseffo ebreo al generale Vespasiano per adulazione applicava gli oracoli relativi al liberatore dell’uman genere. Plutarco poi riferisce che, verso l’età di Tiberio, veleggiando una nave presso l’isola di Paxò, mentre tutti erano svegli e a tavola, i naviganti da una delle isole udirono una voce che chiamò il piloto Tamo, in modo sì chiaro che tutti stupirono; alla prima e seconda volta e’ non rispose, alla terza sì, e allora la voce soggiunse: — Arrivato all’altura di Palode, annunzia che il gran Pan è morto». E così fece, e allora parve udire esclamazioni di meraviglia, e chiassosi lamenti di molte persone: e i testimonj del fatto lo raccontarono a Roma, e Tiberio il seppe e lo tenne per certo (De oracul. defect., 44).

In somma tutto era effusione o ispirata o mentitrice di spirito fatidico, e Virgilio ne accolse e poetizzò qualche parte in sublimi versi. Vi accoppiò l’altra tradizione di un grand’anno revolventesi, nel quale alta fede riponevano gli Etruschi, e il credevano i Romani, come può vedersi nel Sogno di Scipione. E l’uomo è così fatto, che suppone ad una grande innovazione di fenomeni celesti dover accompagnarsi un mutamento o un’alterazione di queste basse venture umane.

Tale interpretazione cristiana fu accolta dai Padri della Chiesa; e Costantino, nell’arringa che recitò davanti ai vescovi radunati a Cesarea, ripetè quell’egloga tradotta in greco, siccome un argomento della divina missione di Cristo, provata fin da testimonianze pagane.

È notevole che Virgilio proclama così sublimemente la gran legge del progresso; allorchè poetizza le ispirazioni profetiche, gli oracoli; ma gli mancano questi? ricade nella persuasione degli antichi, che il mondo vada continuamente in peggio, e che gli sforzi degli uomini non valgano contro quella corrente che seco trae il naviglio umano:

Sic omnia fatis

In pejus ruere ac retro sublapsa referri.