Non aliter, quam qui adverso vix flumine lembum
Remigiis subigit, si brachia forte remisit,
Atque illum in præceps prono rapit alveus amni.
Nelle Georgiche, lib. I.
Comunque sia, questo presentimento d’un avvenire diverso, d’una rinnovazione del secolo, attirarono il rispetto, anzi il culto popolare a un poeta sì poco popolare qual fu Virgilio. Nel medio evo l’ingegno, perchè raro, otteneva maggior venerazione, e credeasi capace d’ogni virtù; sicchè Ovidio, Orazio, Livio furon tenuti pergrandi sapienti; e, il che allora vulgarmente vi equivaleva, per maghi Aristotele e Ruggero Bacone. Perocchè qual scienza più utile che l’arcana, potente a signoreggiar con parole e con atti la natura e gli spiriti? E già per gli antichi carmen esprimeva i versi non meno che il fascino; lo che fu ritenuto nella lingua francese (charmer).
Virgilio studiò la natura, come il mostrano le sue Georgiche: nei Bucolici accenna spesso a superstizioni dominanti al suo tempo:
De cœlo tactas memini prædicere quercus...
Aspice; corripuit tremulis altaria flammis
Sponte sua, dum ferre moror, cinis ipse. Bonum sit!
Nescio quid certe est, et Hylax in limine latrat...