Seco medesmo a suo piacer combatte.
Io corsi avidamente alla spiegazione di questi versi nella bizzarra analisi, onde passo passo voi accompagnate quella che chiamate Commedia del cattolicismo, per vedere come questo passo decisivo interpretavate. Tenendo i due Testamenti, che abbiamo comuni cogli eretici, voi dite che per pastor della Chiesa vuolsi intendere il capo di quell’arcana religione, di quella framassoneria di cui Dante era adepto non solo, ma apostolo. Eppure la parola di pastore è da lui applicata sempre ai papi, sia quando li chiama in veste di pastor lupi rapaci; sia quando intima, di voi pastor s’accorse il vangelista; sia quando si lamenta che sia usurpata per colpa del pastor la giustizia di Firenze.
Quel medioevo, che da taluni vuolsi dipingere sentina di vizj e dormitorio di servilità, esaminò, discusse, negò: e voi trionfalmente l’avete mostrato. Ma corre gran divario tra scoprire le piaghe d’un malato, e ucciderlo; tra dichiarare che una casa è scassinata e ha bisogno di rinfianchi, e il darvi d’urto per abbatterla; insomma tra riformare la Chiesa e distruggerla. Vero è che anche nel primo uffizio si può errare sino all’eresia; e al tempo di Dante i Fraticelli erano monaci, buttatisi a straordinario rigor di vita, e che pretendevano dover la Chiesa deporre il lusso e le ricchezze per tornare alla indotata semplicità primitiva. Gli è quello che Dante ripete in cento modi, e lo ripetevano persone piissime, gran santi, pontefici, che più? i concilj, nessun dei quali passò senza gravi lamenti del tralignato costume e della sciolta disciplina, e senza fare decreti di riforma. Io collocherei Dante fra questi, e con Pier Damiani, con san Bernardo.
E se quei Fraticelli ammoniti reluttarono, e inorgogliti da una rigida perfezione, sconobbero l’autorità suprema, allora solo uscirono dalla Chiesa, allora cessò la discolpa della buona fede. E così fecero gli Albigesi al tempo di Dante, poi i grandi negatori del Cinquecento. Voi avete descritto maestrevolmente, cioè in breve, la guerra degli Albigesi. Erano fuor della Chiesa; e furono perseguitati con buon diritto, sebbene con modi atroci, convenienti alla ferocia del tempo e d’una guerra civile, più che non alla mitezza cristiana.
Dubbia ancora è la colpabilità ereticale de’ Templari; e non la Chiesa, ma un papa, non con bolla definitiva, ma con breve provvisionale li soppresse; nè sulla loro eresia fu proferita la parola che non falla. Ora, secondo voi, Dante apparteneva all’ordine de’ Templari, stipite della moderna framassoneria, e voleva vendicare sui papi la crociata contro gli Albigesi e la distruzione dei Templari. Ma che? degli Albigesi non una sola volta io trovo cenno nella Divina Commedia, non una; nè voi ce l’avete potuto vedere che a forza di allusioni, di premesse, d’interpretazioni; mediante le quali non vi sarebbe stranezza che non poteste trovarvi. Sembra che il fondo di lor dottrina fosse il manicheismo; eppure in Dante tutto spira la libera azione di Dio uno e trino nella creazione e conservazione del mondo, e le quistioni principali versano attorno al combinare la Provvidenza e la Grazia col libero arbitrio dell’uomo.
Quanto ai Templari, ho due pregiudizi: che il loro Ordine ricevette la regola, da chi? da Misraim? da Valdo? no: da san Bernardo. Io non credo che il retto vostro senso vi lasci scorrere fin ad asserire con Lenoix (Origine de la Framaçonnerie, p. 235) che san Bernardo stesso era un francomuratore. Dante poi, una volta nomina i Templari: ma dove? dove scagliasi contro Filippo il Bello, perchè spinse le vele nel Tempio, e perchè (soggiunge) crocifisse Cristo nel suo vicario, che stava in Anagni. E quel vicario chi era? Bonifazio VIII, la persona più esecrata da Dante (le ragioni son note), il quale ben nove volte lo bestemmia nel suo poema. Lo bestemmia, ma come contrariatore dei Ghibellini, come causa del suo esiglio, come attizzatore delle discordie di Firenze. Ma il vede oltraggiato da un re e da un avvocato? più non ricorda l’uomo, sibbene il papa, il pastor della Chiesa, il vicario di Cristo.
Pigmalione che s’innamora della propria statua, è immagine che deve affacciarsi a chi legge il vostro libro: ma sarete perciò inesorabile a chi le nega l’incenso migliore, il consenso? Che un autore da capo a fondo dei libri suoi dica il contrario di quel che pensa, ogni sua frase deva spiegarsi in altro senso da quel che suona; quando dice santi intenda eretici; quando pecore, intenda capre; quando inveisce contro gli increduli e la loro presunzione e chi li segue, intenda i cattolici; che ove loda il donare deva leggersi dona re; che quando professa le verità più austere sulla Trinità, sul papa, vere claviger regni cœlorum, il quale, secundum revelata humanum genus perducit ad vitam æternam, o loda il santo sene Bernardo, o Domenico santo atleta della cristiana fede, faccialo per ironia; che la distinzione de’ linguaggi nel Vulgare eloquio esprima distinzione di partiti e di credenze; che nel Convivio, dove commenta le sue Canzoni, si proponga invece di commentare la Divina Commedia, della quale nè un cenno vi fa tampoco; e trovi modo di commentarle così che i Ghibellini v’intendano una cosa, e i Guelfi la precisa opposta; che un autore, insomma, i suoi sentimenti e la sua gloria appoggi a libri scritti perpetuamente in gergo, perdonatemi, ma sarebbe artifizio degno del vostro Talleyrand, che diceva la parola esser data all’uomo per dissimulare il pensiero, anzichè del poeta il quale cantava:
Io mi son un che, quando
Amore spira, noto; ed in quel modo
Ch’ei detta dentro, vo significando.