So che quella parola Amore è la chiave della vôlta di tutto il vostro edifizio: ma non è bastante fatica il dicifrare i passi oscuri, senza proporsi d’oscurare gli evidenti? E certo il supporre in Dante ed errori e verità è men difficile, atteso le tante sue obscurités, que ne sont pas encore parvenu à éclaircir toutes les gloses des commentateurs. Ma se così è, qual idea è mai cotesta d’un settario di farsi per più anni macro onde esporre una dottrina in un linguaggio che non sarà inteso se non da pochi adepti, il che sarebbe un predicare a convertiti? Eppure Dante in un’opera espone pienamente il sistema della monarchia ghibellina a contrasto della papale: e quella è la più chiara, voi dite, anzi la sola chiara; e infatti subì condanne che le altre no.

Nessuno più di me aborre la tracotanza di chi, in una pagina, buttata giù, come voi direste, entre la pomme et le fromage, pretende sventare un’opera di lunga lena, di meditata pazienza. Il cielo mi guardi dal voler così usare colla vostra, benchè io, ammirando quella paziente ostinazione nel cercar le traccie rivelatrici, non possa accettarne le risultanze. Nè le accettarono i contemporanei di Dante, i quali pure seppero apporre all’amico suo Cavalcanti di strologare sulla mortalità dell’anima. Appena Dante morì, vestito, come chiese, dell’abito di francescano, dicesi che il cardinale Poget cercò turbare le ceneri del nostro poeta. Poget, cattivo prete e cattivo generale, che non portava in Italia le benedizioni dell’esule pastore, ma ne menava gli eserciti a devastarla, doveva aborrire il Ghibellino che non risparmiò mai improperj ai papi, e che nella Monarchia proclamò canoni diametralmente opposti alle libertà guelfe e alla primazia del pensiero sopra le spade. Ma, non foss’altro, gli ultimi avvenimenti m’hanno insegnato a distinguere ciò che uno fece da ciò che volea fare: e certo il Poget non processò nè disturbò il cadavere del grand’italiano, benchè sia un luogo comune il ripetere che voleva farlo. Dante vivo «invocava mattina e sera il nome del bel fiore» cioè di Maria (Parad., XXIII). Morto appena che fu, la sua Firenze, la capitana del guelfismo, lo facea leggere e commentare: e dove? in chiesa e in domenica; e da chi? dal Boccaccio, che voi dite era en communauté de doctrines avec le poète, e che pure non ci lasciò detto nulla di più chiaro. E l’immagine di Dante fu dipinta in Santa Maria del Fiore, e il suo viaggio nel duomo d’Orvieto e nel camposanto di Pisa; un arcivescovo di Milano istituì una cattedra, ove due filosofi e due teologi il doveano spiegare; al concilio di Basilea si tenevano lezioni sopra la Divina Commedia; finchè Rafael Sanzio dovea, per commissione d’un papa, e quando la riforma religiosa già ruggiva, proprio nelle sale del Vaticano dipinger Dante fra i gran maestri in divinità che coronano l’altare del ss. Sacramento.

Che più? quel risolutissimo campione delle ragioni pontifizie, il gesuita cardinale Bellarmino, alla sua opera De summo pontifice soggiunse una dissertazione contro un francese protestante (dicono François Perot), il quale dava Dante come eretico. Esso Bellarmino sostiene non trovarvisi cosa che contraddica alla verità cattolica, anzi andar l’intero poema in confutare i protestanti, e assume a recare testimonia plurima atque apertissima Dantis, non solum pro summa romani pontificis auctoritate et dignitate, sed etiam pro aliis nonnullis fidei nostræ capitibus, ut adversarius intelligat, se, Dante judice, non modo causa cecidisse, sed etiam plane hereticum et impium esse.

Che vuol dir ciò? che la Chiesa e i preti, nello stolido e feroce medioevo, cioè quando teneano in mano e i giudizj e la forza per farli eseguire, si porsero meno intolleranti, che non cerchino esserlo alcuni d’oggi, i quali, ridotti unicamente alla penna, vogliono almeno con questa sostenere il diritto della persecuzione e la opportunità dell’intolleranza. Lasciamoli dire, caro Aroux; e se verrà mai tempo che essi di nuovo si cerchino salvezza dietro alla tolleranza, serbiamoci il conforto di non averla rinnegata, nemmeno quando ce ne faceano delitto. Voi pure siete persuaso che una causa si serve meglio col mostrare che ella fu abbracciata dai pensatori e dai valentuomini, anzichè coll’indagar parole e atti di questi, i quali accusino infedeli anche coloro che del proprio ingegno fecero docile omaggio alla verità.

E se in Dante vogliam pure trovare l’eresia, abbiamola nell’ira a cui s’inspirò; nel disamore che sparse tra le città d’Italia, preparando nomi d’improperio con cui insultarsi prima d’uccidersi; nel farsi giudice fin di pene eterne per rancori, o almen per giudizj privati; dimenticando che «dove non è carità non è Cristo.

Voi però ecc.».


La quistione di Dante eretico fu ripigliata nel Calendario Evangelico che si stampa a Berlino, dove il dottore Ferdinando Piper, professore di teologia in quella Università, nel 1865 trattò di Dante und seine Theologie. Egli conviene che Dante pone come supremo bene Iddio, nè poter l’uomo raggiungere esso bene se non acquistando la beatifica visione: questa acquistarsi colle virtù teologiche: alle quali ci ajutano le sacre carte, l’esperienza e la ragione, che però nelle cose soprasensibili piegasi alla rivelazione. Dante propriamente non può dirsi uscito dalla Chiesa di Roma: le sue dottrine però menano dritto alla evangelica. E non solo quanto alla riforma del capo e delle membra, e quanto al potere temporale: ma anche nel dogma. In fatti (è sempre il Piper che ragiona) egli non ammette l’infallibilità del papa, giacchè colloca fra gli eretici Anastasio II papa: non ammette che niun altro che il presbiterato possa ingerirsi nella Chiesa, poichè egli stesso se ne ingerisce raccomandando la riforma: non ammette che le decretali possano esser fonte del vero quanto le sacre carte.

Veda ogni cattolico se questi siano argomenti valevoli a segregar uno dalla nostra unità.

APPENDICE IX. STATISTICA