[19]. Ottfried Mueller, Die Etrusker, tom. I. 3. nota 21.

[20]. Possono aggiungersi κάμμαρος (Epich., 35), κάμπος (Esichio), κλάξ clavis (Theocr., xv. 33), γάρυω garrio (Theocr., viii. 77), νόμος e νοῦμμος (Epich., 92. 93), θήρ ferus (Theocr., xxiii. 10), ῥόγος rogus (Polluce, ix. 45), πεντόγκιον (Epich., 5). E vedi Ahrens, De dial. dor., I.

Alcune parole latine trovansi già nel greco de’ Siciliani. Così essi dicevano μοιτός quel che i Latini mutuus (Mutuum, quod Siculi μοῖτον. Varrone, de L. L., V. 36), dicevano πανός il pane (Ateneo, L. iii) e πόλτος la polta, la quale (secondo Plinio, xviii, 8, 19) videtur tam puls ignota Græciæ fuisse, quam Italiæ polenta.

È notevole che le colonie calcidiche e dorie chiamavano νόμος il denaro d’argento (nummus) ed ἡμίνα la misura che diceasi hemina nel Lazio; e così i nomi di libra, triens, quadrans, sextans, uncia, riferibili a pesi e valori, passarono nel greco di Sicilia, ove diceasi λίτρα, τριᾶς, τετρᾶς, ἑξᾶς, οὐγκία.

[21]. Non devono cercarsi le etimologie nelle lingue lontane, finchè non siansi esaurite le ricerche nelle vicine. Ciò viepiù ne fa dolere che sì scarsamente conoscansi le prische lingue italiote. Sarebbe a sperare gran lume dall’opera di Terenzio Varrone, che già ottagenario scrisse i libri De lingua latina, e non si cessa di deplorarli come tesori di filologia; ma se dei quattro perduti argomentiamo dal quinto e sesto che ci rimangono, non troppo dovremmo promettercene. Egli non ne rintraccia le origini nelle anteriori, che pure al suo tempo rimanevano ancora sulle bocche; tutt’al più ricorre al dialetto eolico, che somiglia al latino quanto a questo l’italiano. E mentre negli idiomi non si fa che imprestare e derivare, egli suppone che i Latini creassero o piuttosto componessero il proprio, sicchè d’ogni loro parola trae l’etimologia da altre latine. Pertanto deriva terra da terere, spica da spes perchè è la speranza del ricolto, frater da fere alter, un altro se stesso, legume da legere, perchè si raccoglie ne’ campi, capra da carpere, venus da venire, via da vehere, humor da humus, amnis da ambitus, lectus da legere perchè si raccolgono gli strami su cui dormire, fœnus da fœtus perchè il denaro a interesse ne partorisce dell’altro, quasi fœtura quædam pecuniæ parientis: soror da seorsum perchè le figliuole van fuori di casa; cœlibes da cœlites perchè son beati, vindicta da vim dico, al modo che judex viene da jus dico.

A questo meschino metodo si attennero gli altri Romani: onde Cicerone dice così nominata la legge quia legi soleat, e Neptunus a nando, e la luna a lucendo; Catone deriva locuples dai luoghi che i ricchi possedono, e pecunia dalle pecore che v’erano improntate; Servio, la segale da seco, il libro, corticis pars interior, a liberato cortice, i mantili a tergendis manibus; Plinio deduce vello da vellere perchè le lane si strappavano; Festo, pratus perchè paratus alla mietitura, immolare da mola, idest farre molito; Ulpiano dice il legato così chiamarsi quod legis modo testamento relinquitur, e i liberi quia quod libet facere possunt; e Isidoro, mulier a mollitie, vena quod sanguinem vehit, venenum quod per venas vadit, carmen da carere mente; Minerva da munus artium variarum. Noi pertanto non facciamo gran conto di quelle etimologie che, pel dizionario del Tramater, Pasquale Borrelli andò a ripescare nel persiano. Oltre che bisognerebbe dimostrare donde venne la parentela dei Persi coi Latini, ognun sa che il persiano è lingua relativamente moderna, e ci ritorna ancora alla derivazione comune, cioè al sanscrito. Migliore è il lavoro comparso a Bonn (1855-64) col titolo: Johannis Augusti Vullers, Lexicon persico-latinum etymologicum, cum cognatis lingua sanscrita imprimis et zendica et pehlevica comparatum: ove, oltre l’interpretazione latina, dà le forme più antiche che illustrano il persiano.

[22]. Lateinische Grammatik, II. 194. Vedi nello stesso assunto Dorn, Ueber Verwandschaft der persich-germanischen und griechisch-lateinischen Sprachstammes, p. 88.

[23]. Storia Romana, I. 184, 193.

[24]. Max Müller (Historisch-kritische Einleitung zur nöthiger Kenntniss und nützlichem Gebrauche der alten lateinischen Schriftsteller. Dresda 1847-51) vuole che una lingua che appartenga a due famiglie differenti, non già per le parole ma per la sintassi, è impossibile: nessuna radice fu aggiunta alla sostanza d’una lingua, come nessun atomo al mondo materiale; tutte le modificazioni non furono che di forma, sicchè la storia delle lingue è piuttosto quella della loro decadenza che del loro sviluppo.

Il Corssen, Ueber Aussprache, Vokalismus und Betonung der lateinischen Sprache (Lipsia 1868-70) è ritenuto canone per lo studio scientifico del latino, in relazione coll’osco, coll’umbro.