[122]. Mirari Cato se ajebat quod non rideret haruspex, haruspicem cum vidisset. Cicerone, Minus quindecim dies sunt quod minas quadraginta accepisti.

[123]. Non è fuor proposito l’accennare che nella pronunzia i Latini pare facessero come i Francesi d’oggi, leggendo chi, chia, chod, ove scrivessi qui, quia, quod. Lo induco da una delle facezie attribuite a Cicerone; il quale, essendo sollecitato dal figlio d’un cuoco pel suo voto a non so quale dignità, gli rispose Tibi quoque favebo; scherzando sulla consonanza di quoque con coche. E Plauto chiama inquilina (in culina) una cuoca; indifferentemente si usava sequutus e secutus, quum e cum, quotidianus e cotidianus.

Anche in lombardo per qui dicesi chi. Il chi italiano invariabile rappresenta le diverse inflessioni del qui latino. Plinio dice: Ex superiori basilicæ parte, qua feminæ qua viri imminebant, e Giovanni Villani: «Federico regnò anni 37, che re dei Romani, e che imperadore. — Con 300 cavalieri, che tedeschi e che lombardi».

Plauto: Quei dixti tu vidisse me osculantem? Che di’ tu?

Terenzio. Invenite, efficite qui detur tibi: ego id agam mihi qui ne detur. È il nostro, Fate che vi sia dato.

Il qui è spesso cambiato in italiano con ci: quinque, cinque: quicumque, chiunque: quisque unus, ciascuno.

In un epitafio del 530 leggesi Petrus filius CONDUM Asclipi. E a vicenda s’una tazza di vetro Dianan (Giona) de ventre QUETI (cheti) liberatus. Vedi Bull. d’archeologia cristiana, 1874, pag. 145, 154; e il De Rossi l’ha per un’altra prova della pronunzia dura del c avanti le vocali e, i, sostenuta dal Corssen, dallo Schuchardt, Der Vokalismus des Vülgarlateins, dal Neumann, Prononciation du c latin. Unde promitto me ego chi supra (qui sopra). Arioald pro me et meos heredes tibi Gaidoaldi vel ad tui heredes ipsa suprascripta terra vidata...ab omni homine defensare. Lupo, i, 599. — Questa formola ego chi sopra ricorre frequentissima nelle carte successive bergamasche in esso Lupo.

[124]. A. W. Schlegel argutamente osserva che la voce verbum non fu conservata in nessuna delle lingue neolatine. E ciò forse perchè la teologia le avea dato un senso mistico, che temeasi profanare coll’uso giornaliero. Invece adottarono la voce parabola (in italiano parola, in francese parole, in provenzale paraula, in ispagnuolo palabra, in portoghese palavra), voce di origine greca, e che non potè derivarsi che dai libri santi, dove significa allegoria, similitudine. Observations sur la langue et la littérature provençales. Parigi 1818, p. 109.

[125]. Impetratum est a consuetudine ut peccare suavitatis causa liceret — Sæpe brevitatis causa contrahebant, ut ita dicerent, multimodis, vas’argenteis, palm’et crinibus, tecti fractis. Cicerone in Bruto — Ego sic scribendum quidquid judico, quomodo sonat. Quintiliano, Inst., cap. II.

[126]. Plutarco, in Temist.; Giustino, XX; Valerio Mass., II, 2; Trifonino, in lib. 48, ff. De re judic. — Sant’Agostino: Opera data est, ut imperiosa civitas non solum jugum, verum etiam linguam suam domitis gentibus per pacem societatis imponeret.