[127]. Dione, lib. X: all’anno 796 di Roma. Sifilino, in Claudio.
[128]. «Dalla magione del meschino gastaldo passato nel palazzo ove stava ad albergo, il conte scôrse nell’alcova il signore in giubba e colla camicia, sopra un sofà bigio ricamato e colla tazza e con un limone, attorniato da gioviale brigata e da paggi; scudieri cogli sproni facevano guardia, e un astrologo spiegava l’almanacco, ecc.». In questo solo periodo paggio, astrologo, sono greci: gioviale, palazzo è latino antico; signore, scudiero, conte, latino basso; sofà ebraico (sophan alzare); almanacco, ricamato, giubba, camicia, meschino, alcova, limone arabo; magione celtico; gastaldo, brigata, sprone, guardia tedeschi; bigio ibero, ecc.
Così nel vivere usuale ci vestiamo di damasco, di mussolina, di indiane, di nankin, di frustagno (fostat), marocchino, cordovano, bulgaro, pantalone, makintosh, kirie, spencer, brandeburgo, pompadour; adopriamo majoliche, bielle, bajonette, pistole, campanelli (campania), crovatte; andiamo in berline, in landau, in brougham; mangiamo persiche, ciriege (kerras), cotogne (da cydon), granoturco, gransaraceno, castagne (castannan nell’Asia Minore), avellane (da avellino), scolopini; adopriamo pasquinate, arlecchinate, i ciceroni, urbanità, palazzi, denaro.....
[129]. Max Müller sostenne l’efficienza delle lingue tedesche, in modo che i nuovi idiomi sarebbero il latino, venuto in bocca dei Tedeschi. Non espongo i suoi argomenti, perchè riguardano principalmente il francese; ma la sua teoria vacilla se si ammetta quel che noi sosteniamo, che nel latino scritto ci si conservò solo una parte della lingua; e nel non scritto e parlato poteva essere un’infinità di parole; che noi supponiamo d’origine forestiera; mentre derivavano da quel ceppo che è comune al latino, al greco, al tedesco.
Insistiamo solo su questi punti:
1º I Tedeschi erano piccol numero a fronte degli Italiani: altrimenti e il loro paese natìo sarebbe rimasto spopolato, e nel nuovo avrebbero fatto prevalere il linguaggio tedesco.
2º Con poche parole nuove introdotte, e alcune forme grammaticali impoverite, la lingua italiana, o (per non dare come assentato quel che ora cerchiamo) il latino del medioevo è simile al latino, mentre diversifica grandemente dal tedesco e per le voci e per la costruzione.
3º Questa somiglianza è tanto maggiore quanto più si va indietro, cioè presso all’invasione; mentre dovrebb’essere il contrario se gl’invasori avessero introdotto la nuova lingua.
4º L’accento latino è, generalmente, conservato nell’italiano; e nulla abbiamo di quella proprietà speciale, per cui, in tedesco, la radice mantiene l’accento e nelle derivazioni e nelle composizioni. Ora l’alterazione sarebbe avvenuta naturalmente, se il latino fosse stato trasformato dalla lingua de’ Tedeschi.
[130]. Ciò è frequentissimo nel Codice Longobardo; e tacendo quelle che spiegano voci meramente tedesche, vi leggo barbam, quod est patruus (Rot. 164); novercam, idest matriniam (ib. 185); privignum, idest filiastrum (ib.); si quis palum, quod est caratium, de vite tulerit (ib. 298); cerrum, quod est modo laiscum o hiscum (ib. 305). Sulla lingua dei Longobardi e l’influenza di essa sulla latina, vedasi Federico Blühme, Die Gens Langobardorum, ihre Sprache. Bonn 1874.