[156]. Scrittori del Trecento. L’opinione del Raynouard fu ripudiata da chiunque trattò poi dell’origine delle lingue romanze; ed espressamente da M. Ampère, Formation de la langue française, cap. III, p. 23-34; Ed. du Méril, Introduction à Floire et Blancefort; Fauriel, Leçons sur Dante et les origines de la littérature italienne. Intorno agli errori di fatto del Perticari è a consultare Giovanni Galvani, Dubbj sulla verità delle dottrine perticariane nel fatto storico della lingua. Milano 1845.

[157]. Francesco Palermo nell’esaminare i Mss. della già Biblioteca Palatina di Firenze, de’ quali formò il catalogo, si convinceva a molte prove, il toscanesimo che si trova nelle scritture antiche di altri paesi d’Italia esservi stato introdotto da trascrittori toscani. Quindi l’apparenza, abbracciata in luogo di realtà, che in su’ principj fosse spontaneo il parlar toscano per tutta Italia, ovvero vi fosse una lingua nobile italiana, fino dai primi tempi. «I trascrittori toscani, non servili come gli odierni copisti, nello abbattersi a voci e maniere che sentissero del forestiero (e cominciava il forestiero dai confini delle proprie terre), o per necessità di riuscire più intelligibile, o per avversione al disarmonico e al rozzo, lo riducevano nel loro volgare. E anche nella stessa città, quelli che di tempo in tempo trascrivevano lo stesso libro, l’uno riformava più o meno la scrittura dell’altro, cambiando parole e frasi, conformandosi al modo corrente del favellare. Il quale vezzo continuarono anche gli stampatori. E così poi, come gli scrittori e stampatori toscani rintoscanivano le opere di altre provincie italiane, gli amanuensi e stampatori del di là di Toscana imbarbarivan del loro dialetto i libri di questa provincia». Discorso Proemiale, IX. Fra mille esempj ne citerò un solo. In essa Biblioteca Palatina abbiamo una Devozione, cioè una rappresentazione pel venerdì santo, che evidentemente mostrasi scritta in romano, ma copiata nel 1375 da qualche veneto, che trasformò al modo del suo paese assai parole o frasi; talchè le sono scritte or alla romana or alla veneta, p. e. zornata e jornata; e qualche volta ne resta fino tolta la rima. Per es., trovava a mene, e correggeva a mi, e così mancava la rima con pene.

Vedasi pure il Salvini nelle note alla Perfetta Poesia del Muratori.

[158]. Diss. XXVIII. Nelle Nuove Effemeridi siciliane 1875 luglio-agosto, Giuseppe Pitré epilogò le ultime opinioni sulla natura e sul tempo del Contrasto di Ciullo d’Alcamo, e conchiude portandolo dopo il 1231, ma travestito dai varj copisti.

[159]. V. Morso, Palermo antico, p. 466; Palermo 1827.

[160]. Vedi la prefazione del Vigo all’accennata raccolta.

[161]. Conspiratio Johannis Prochytæ ex Bibl. script. qui res in Sicilia gestas sub Aragonum imperio retulere, a Rosario Gregorio edita; Panormi 1791.

[162]. Aggiungono la Vinuta de lu re japica a la gitati di Catania, scritta da frate Atenasio di Aci nel 1287, e la cronaca di frà Simone da Lentini.

Ego frater Simon de Lentinio instandu in Chifalù anno domini 1358 in la quatragesima mi misi in cori incomenzari la conquesta di Sicilia, fatta per li Normandi, la quali era in gramatica (cioè in latino) scrubulosa et grossa, et mali si potia intendiri: secundu lu meu pocu vidiri la volsi traslatari in nostra lingua ecc.

Ne vide una copia nella Biblioteca di Parigi Antonio Marsand (Mss. Italiani della regia Biblioteca Parigina. Parigi 1835), bibliografo lodato e citato da chi vanta e biasima senza aver veduto. Oltre ignorar chi sia questo frà Simone, mentre poteva raccorlo dal Mongitore e dal Di Gregorio, lo crede contemporaneo alla conquista normanna, cioè avanti il 1100, ed «è in lingua siciliana, stranamente barbara: poichè i Siciliani ed i Barbari, cercando allora d’intendersi scambievolmente, ed affaticandosi di pronunciare alcune parole barbare latinamente, ed alcune latine barbaramente, venne così ad introdursi allora fra i Siciliani una terza lingua, che potremmo veramente chiamare la lingua madre di tutte le lingue barbare»!!