Vedasi pure De Giovanni, Cronache siciliane de’ secoli XIII, XIV, XV. Bologna 1865.

Nel vol. III delle Memorie di Sicilia è inserita una dissertazione di Giuseppe Crispi, intorno al dialetto parlato e scritto in Sicilia quando fu abitata dai Greci, corredata d’esempj che scendono fino alla dominazione normanna, cioè al sottentrare dell’italiano. Il dizionario forse più antico a stampa, certo il primo che s’occupasse di dialetti, è il siciliano-italiano-spagnuolo di Cristoforo Scobar. Venezia 1520.

[163]. De cathedralis ecclesiæ neap. semp. un.

Pugliese si chiamò sempre il dialetto della bassa Italia, e in quello scrissero molti, nessuno nel napoletano prima che il Sannazzaro l’adoprasse nella farsa lo Glomero. Re Alfonso nel 1442 ordinava gli atti si scrivessero non più in latino, ma in pugliese. Ne discorsero ampiamente il Galeani e Rafaele Liberatore, considerandone l’indole come grandemente diversa da quella degli altri tutti dialetti d’Italia per vocali più aperte, pronunzia più larga e rotonda, sostituire vocali più molli e liquide, mutare il g e il b in v, affiggere i pronomi possessivi (patreto, vitama, casata); a tacer quelle ch’essi dicono gagliofferia e scurrilità, poichè queste tengono piuttosto all’indole dei parlanti che alla parlata.

Vogliono alcuni che le antiche Atellane continuassero nel Napolitano, e fossero quelle che poi si chiamarono farse cavajuole (Vedi Minturno, Poetica, lib. II. p. 169), specie di egloghe o dialoghi contadineschi, probabilmente così dette da Cava, poichè «i popolani di Cava erano stimati in Napoli bizzarri, pronti di mano e feroci», dice il Capecelatro ne’ Diarj, II. 1, 139, 214. Il Partenopeo, cioè Giovan d’Antonio, ha una farsa intitolata Scola Cavajola, che è un chiasso ridicolo, riuscente a zuffe e picchiate. Il Niebuhr vedrebbe nelle Atellane l’origine del Pulcinella.

Il Galiani, con lodi senza misura nè riflessione, sostenne che il dialetto napolitano fu la lingua primitiva d’Italia, usata sul serio fino a mezzo del Cinquecento. È un paradosso, come allora, e come egli principalmente ne usava; e si conosce la lepidissima risposta fattagli da Luigi Serio nel Lo Vernacchio, ma tutte le ragioni che egli adduce appoggiano il nostro assunto.

[164]. Raccolta di varie cronache e diarj ed altri opuscoli appartenenti alla storia del regno di Napoli.

[165]. È autentico? lo nega affatto Guglielmo Bernhardi, in un lavoro pubblicato a Berlino il 1868, Eine Fälschung des XVI Jahrhunderts. Già faceva senso il vedere alterati i fatti e i tempi: taluno li supponeva tradotti dal latino; il duca di Luynes, che ne fece un commento storico e cronologico (Parigi 1839), suppose avesse lo Spinelli notato gli avvenimenti senza indicar l’anno, e un copista li disponesse come credeva: sul qual dato arbitrario esso Luynes prese a riordinarli poco felicemente, come fece pure il Pabst ristampandoli nel vol. XIX dei Monumenta germanicæ hist. Camillo Minieri Riccio stampò quella Cronaca ridotta alla sua vera dizione e alla primitiva cronologia (Napoli 1865). Il Bernhardi sostiene che sia una contraffazione del XV secolo, probabilmente opera del Di Costanzo, che pel primo ne fe’ cenno nel 1572, e che volle così dare a Napoli la gloria d’aver prodotto il primo storico italiano, e incensar alcune famiglie facendole partecipi agli avvenimenti d’allora. Le ragioni di lui sono confutate dal Minieri Riccio (I notamenti di M. S. difesi ed illustrati, Napoli 1870).

[166]. Rer. Ital. Script., VIII. pag. 906 e 927. Recentemente ne parlò Arnoldo Busson, Dier florentinische Chronik des Malespini, und deren Benutzung durch Dante, Inaspruck 1869. Sostiene egli che il Malespini ebbe sottocchio la cronaca di Martin Polacco, sicchè non potette cominciare a scrivere che nel 1278, e forse solo nel 1293, e ancora se n’occupava nel 1299: probabilmente la continuazione di Giacchetto fu dal 1302 al 1309 quando morì Carlo II di Napoli.

[167]. Dizionario Geografico ad vocem.