Le tendenze rivoluzionarie della Romagna si connettono colla loro storia medioevale:
«Romagna tua non è nè sarà mai
«Senza guerra nel cuor dei tuoi tiranni».
(Dante).
Egualmente la Comune di Parigi si atteggiò all'89: e questo alle Jacqueries, mentre l'Assemblea nazionale di Parigi si foggiava sulle Assemblee provinciali di Francia; si può dire che a Parigi le barricate sieno divenute quasi una decennale abitudine, come già in Spagna le rivoluzioni militari, in Russia l'uccisione degli czar, in Macedonia ed in Grecia il brigantaggio, ecc.
Un'ultima prova di questa influenza delle tradizioni è che le rivoluzioni, le quali non sappiano mantenere le tradizioni in onore, periscono; e quanto maggiore è la diversità tra la forma del Governo abbattuto e quella del nuovo, più instabile è l'adesione del popolo.
Miglior fine ebbero perciò le rivoluzioni i cui autori si attaccavano ad un diritto anteriore, come Bruto 1 che conservò alla plebe il suo re sotto il nome di re sacrificulo, come i Cesari che conservarono i tribuni, il Senato ed anzi la stessa forma repubblicana assumendo solo il nome di generali: e gl'Inglesi, che colla Magna Charta s'attennero al diritto anteriore, come da noi i Guelfi, che pur rappresentando la plebe, per conservare il potere, scelsero il capitano del popolo fra i nobili, come già avevano fatto i Ghibellini per il loro podestà.
Ciò non isfuggì all'acuta mente del Segretario Fiorentino, che lasciò scritto: «Chi vuol riformare uno Stato libero ritenga l'ombra dei modi antichi, perchè alterando le cose nuove, le menti degli uomini si devono ingegnare che quelle alterazioni ritengano dell'antico più che sia possibile».
Riforme politiche inadatte.—Solo uomini ignoranti della natura umana, od eccessivamente prepotenti, possono decretare misure non rispondenti alle condizioni del momento, distruggendo istituzioni antiche per sostituirvene delle nuove, non perchè siano richieste, ma perchè le videro applicate da altri ed in altri organismi sociali. In tal modo destano il malumore che porta ogni riforma, e non addentellando il nuovo col vecchio, creano un vero equilibrio instabile, la cui risultante è il disperdimento delle forze dello Stato, e quindi un continuo rinnovarsi di rivoluzioni. Così avvenne delle riforme di Arnaldo e di Savonarola; così di Cola da Rienzi, che voleva tentare in Italia una riforma politica quale soltanto Cavour potè attuare e non completamente; ed altrettanto successe in Francia di Marcel, che tentava di fondare una federazione repubblicana, quando forse non era possibile neppure una costituzione: e di introdurvi (ciò ch'era un sogno in quel tempo) la tassa proporzionale, l'unità sociale ed amministrativa, i diritti politici estesi come i civili, l'autorità nazionale sostituita alla regia, e Parigi a capo di tutta la Francia[198].
Voler tutto riformare è voler tutto distruggere, scrive il Coco a proposito della Rivoluzione napoletana del 1799.