«Il nirvana! l'automatismo; ma gli è il paradiso degli Indiani!!».

«Ed il carcere è, per soprappiù, un nirvana, «ove si è nutriti»; mal nutriti, è vero, ed anche un po' umiliati e maltrattati... Ma per quanti galantuomini la lotta per l'esistenza è più aspra e con ben minor sicurezza! Allorquando si sono vinte le prime ripulsioni, alcuni—e sono forse la maggioranza—arrivano insensibilmente a «farsi in carcere un avvenire».

Egli conobbe un detenuto che copriva il posto di contabile nelle carceri di Clairvaux, ex-ufficiale dell'armata che, già condannato una prima volta per prevaricazione, scontava la quarta o quinta condanna, verso la fine del 1883 J... stava per essere liberato, e ciò gli spiaceva assai e si raccomandava perchè gli serbassero il posto per la sua prossima rientrata.

«Ricordisi questo ancora: Salvo onorevoli eccezioni troppo rare nell'alto personale penitenziario, per quasi tutti i direttori di carceri l'ideale del «buon detenuto» è il recidivo, il veterano, l'abbuonato, la cui educazione è già fatta e la docilità acquistata è una garanzia di tranquillità.

«Il guaio è che questo «buon detenuto» secondo la formula, non tarda molto, sotto questo regime, a divenire così incapace di resistere ai compagni, delinquenti-nati o malfattori di professione, ed ai sorveglianti, è così poco refrattario alle eccitazioni malsane, all'adescamento di un lucro illecito, all'attrazione dei cattivi esempi, alla disciplina, da essere peggiore dei «cattivi».

«La sola emulazione che gli resta è per il delitto e per la perversità, frutto della mutua speciale educazione alla quale si sottomette. Non è senza motivo che in gergo il carcere si chiama «il collegio».

«A ciò aggiungete la monomania della delazione, lo spirito litigioso e menzognero e tutti gli altri vizi speciali che si contraggono o si sviluppano in prigione.

«Infatti, è bene notare che non vi è una sola delle passioni dell'uomo, naturale o fittizia, dall'ubbriachezza all'amore, che non possa trovare anche sotto i chiavistelli almeno un sembiante di soddisfacimento.

«In presenza della solitudine e del gretto formalismo della prigione, scrive Prins, il direttore delle carceri belghe, noi dobbiamo domandarci se l'uomo delle classi inferiori può essere rigenerato unicamente colla solitudine e col formalismo.

«L'isolamento volontario ah! certamente esso eleva l'anima del poeta che, stanco delle volgarità mondane, si rifugia nelle regioni dell'ideale. Ma la solitudine imposta al criminale qual altro effetto può produrre se non di abbandonarlo alla nullità dei suoi pensieri, ai suoi istinti inferiori e di abbassare ognor più il suo livello morale?