Abbiamo potuto sostituirgli un edificio più saldo nelle sue basi?

Se l'orgoglio per un lavoro lungamente faticato non ci accieca, crediamo di sì.

E prima di tutto non può rimaner dubbio che assai più del delitto in astratto si debba per ben difendercene studiare il delinquente, che quando è atavico—reo-nato—presenta in una proporzione che va fino al 35% molti caratteri diversi dal normale.

Chi ha percorso il 1º volume avrà potuto convincersi, infatti, come molti dei caratteri che presentano gli uomini selvaggi, le razze colorate, rincorrono spessissimo nei delinquenti nati. Tali sarebbero, p. es., la scarsezza dei peli, la poca capacità cranica, la fronte sfuggente, i seni frontali molto sviluppati, la frequenza maggiore dell'ossa wormiane, specie epactali, le sinostosi precoci, specialmente frontali, la salienza della linea arcuata del temporale, la semplicità delle suture, lo spessore maggiore dell'ossa craniche, lo sviluppo enorme delle mandibole e degli zigomi, il prognatismo, l'obliquità delle orbite, la pelle più scura, il più folto ed arricciato capillizio, le orecchie voluminose; si aggiungano l'appendice lemuriana, le anomalie dell'orecchio, l'aumento di volume delle ossa facciali, il diastema dentario, la grande agilità, l'ottusità tattile e dolorifica, la buona acuità visiva, la disvulnerabilità, l'ottusità degli affetti, la precocità ai piaceri venerei e al vino e la passione esagerata per essi[306], la maggiore analogia dei due sessi, di cui diamo nei Dinka una dimostrazione (vedi Appendice), la minore correggibilità nella donna (Spencer), la poca sensibilità dolorifica, la completa insensibilità morale, l'accidia, la mancanza di ogni rimorso, l'impulsività, l'eccitabilità fisico-psichica e sopratutto l'imprevidenza, che sembra alle volte coraggio, e il coraggio che si alterna alla viltà, la grande vanità, la passione del giuoco, degli alcoolici o dei loro surrogati, le passioni tanto fugaci quanto violente, la facile superstizione, la suscettibilità esagerata del proprio io e perfino il concetto relativo della divinità e della morale[307].

Le analogie vanno fino ai piccoli dettagli, che male si saprebbero prevedere, come p. es.: le leggi improvvisate dentro le associazioni, l'influenza tutta personale dei capi (Tacito, Germ., VII), il costume del tatuaggio, i giochi spesso crudeli (vedi Appendice), l'abuso dei gesti, il linguaggio onomatopeico con personificazioni di cose inanimate, la stessa speciale letteratura che ricorda quella dei tempi eroici, come li chiamava il Vico, in cui si lodava il delitto e il pensiero tendeva a vestire, preferentemente, la forma ritmica e rimata.

Questo atavismo spiega l'indole e la diffusione di alcuni delitti. Così mal si saprebbe spiegare la pederastia, l'infanticidio, che coglie intere associazioni, se non ricordando l'epoche dei Romani, dei Greci, Chinesi, Taiziani, in cui non solo non erano considerati come un delitto, ma anzi qualche volta un nazionale costume; ed ecco forse intravveduta una spiegazione del frequente associarsi dei gusti estetici nei pederasti, appunto come nei Greci antichi[308].

Il Garofalo ha mirabilmente riassunto i caratteri psichici del delinquente-nato, nell'assenza del senso di pudore—del senso di probità—del senso di pietà, che sono poi i caratteri più essenziali dell'uomo selvaggio (Criminologie, 2e édit., 1895).

Per chi, come Reclus e Krapotkine, obbietti, che però v'hanno popoli selvaggi buoni, pudichi e giusti, basta rispondere: che vi vuole un certo grado di densità, di associazione negli uomini perchè alcuni delitti vi si svolgano: che non si può rubare quando non vi sia proprietà, nè truffare quando non vi sieno commerci; ma il fatto che appena il selvaggio diventa barbaro, o s'avvicina almeno di un grado ai popoli civili, presenta sempre ed esagerati i caratteri criminosi, prova che essi vi esistevano in germe; e poi Ferrero[309] ci fece accorti che anche quando la probità e il pudore esistono nei selvaggi, non vi manca mai la impulsività che si traduce in momentanee sì, ma tremende ferocie, appunto come in molti criminali apparentemente buoni; nè manca mai l'odio del continuato lavoro (che è pure un altro dei caratteri essenziali del criminale), tanto che il passaggio al lavoro attivo e metodico, si fece solo mediante la selezione e i martiri della schiavitù.

«Gli Americani del Nord, come quelli del Chili... consumano il tempo in una indolenza stupida... tutta la felicità che desiderano è la liberazione del lavoro. Restano intere giornate sdraiati nell'hamac, o seduti per terra, senza cambiare posizione, senza levar gli occhi da terra, senza pronunciare una parola». «È quasi impossibile trarli fuori da questa indolenza abituale... essi sembrano assolutamente incapaci di ogni sforzo vigoroso».

Degli Australiani, Peron dice che nulla può vincere la loro indolenza... «Essi vedono accanto a loro défricher le terre, osservano il lavoro dei nuovi coloni; strumenti e semi sono loro offerti; ma nè l'esempio nè la speranza di una sorte migliore li seducono al lavoro».