Rei per passione.—Quella sola serie di rei che costituisce una specie a parte, che anzi per le linee armoniche del corpo, per la bellezza dell'animo, per l'eccesso della sensibilità e dell'affettività, forma il contrasto più completo col reo-nato così come per la nobiltà della causa che ve la spinge quasi sempre d'amore o politica, pure anch'essa ha qualche punto che la riavvicina agli epilettici, come l'istantaneità e la frequente amnesia dell'atto, come la loro parentela con pazzi ed epilettici (vedi sopra, p. 226, II).

Rei d'occasione.—Non v'ha che i rei d'occasione o meglio i pseudocriminali quelli cioè che non cercano l'occasione per delinquere ma ne sono quasi cercati, trascinati dalla folla p. es., o intricati per minimi incidenti—contravvenzioni—nelle maglie del codice, costrutte troppo spesso per tendere trappole agli onesti e spiragli ai disonesti, che sfuggano a ogni rapporto coll'atavismo e coll'epilessia, ma, come notava Garofalo, essi non dovrebbero chiamarsi veramente rei.

Cause.—Nè lo studio delle cause menoma quella fatalità fissata dall'influenza organica, in un rapporto che certamente va fino al 35 e forse al 40%: le cause non sono troppo spesso che l'ultima determinante del reato che ad ogni modo sarebbe in altra occasione avvenuto, perchè troppo grande era l'impulso congenito: e lo provammo in alcuni colle costanti recidive anche senza o con minime cause, anche quando s'era mutato economicamente l'ambiente, quando sonvi tolti di mezzo tutte le circostanze che potevano favorire il delitto (deportazione): e lo provammo sopratutto con quella cifra di recidivi inglesi sempre maggiore, malgrado che l'Inghilterra abbia raggiunto il massimo sforzo per sopprimere le cause criminogene.—E poi noi abbiamo veduto come si hanno circostanze che anche pei criminaloidi sono di una tale azione che è pari all'organica, anzi diventa organica essa stessa.

Tale è l'influenza dell'eccessivo calore, negli stupri, ferimenti e assassini, ribellioni (Vol. III, p. 6-7-17), le azioni dell'alcool e dell'eredità in tutta la gamma del crimine, a cui segue l'azione della razza che in Italia coll'influenze semitiche, aumenta i reati di sangue (vol. II, pp. 24-30), come in Francia la razza belga e ligure (III, p. 36) e così dicasi dei doligocefali e dei neri (p. 37).

Ma quello che più importa è che le stesse cause che diminuiscono alcuni delitti ne aumentano altri, il che rende sulle prime disperato lo statista che voglia portarvi un rimedio. Così abbiamo visto che l'istruzione e la ricchezza diminuiscono alcuni reati feroci, specialmente omicidii, assassinii, ma aumentano e perfino ne creano altri, come bancarotte, truffe. Questo può dirsi anche delle altre cause perchè se, p. es., la densità maggiore è pur causa di una gran parte (p. 80, III) dei molti reati, truffe, furti, la molta rarefazione favorisce i reati di sangue specialmente gli associati, il brigantaggio (Id.). E se la scarsezza di alimenti è diretta favoritrice del furto boschivo, del falso, della bancarotta (III, p. 84), ribellione, incendio, il buon prezzo del frumento favorisce le percosse, l'omicidio (vol. III, pp. 80-86).

Perfino l'alcool che è dopo il calore il più grande criminogeno, sicchè se a buon prezzo aumenta tutti i reati contro le persone, e contro le pubbliche amministrazioni (p. 112) e quando è caro aumenta i rei contro la proprietà (certo per procurarsi i mezzi di acquistarne), pure presenta la strana contraddizione che dove esso è più abusato (p. 114), va parallelo a un minor numero di delitti, specie gravi, forse perchè dove è più abusato è altissima la civiltà che prevenendo l'inibizione diminuisce i delitti più feroci.

Perfino la scuola è causa di delitti, benchè quando raggiunga il massimo della diffusione ne ottenga una diminuzione.

Necessità del delitto.—Il delitto, insomma, appare, così dalla statistica come dall'esame antropologico, un fenomeno naturale, un fenomeno, direbbero alcuni filosofi, necessario, come la nascita, la morte, i concepimenti.

Questa idea della necessità del delitto, per quanto ardita possa sembrare, non è poi punto un'idea così nuova nè così poco ortodossa, come a molti può apparire sulle prime. Molti secoli fa l'avevano propalata Casaubono, quando scriveva: «L'uomo non pecca, ma è dominato in vari gradi», e S. Bernardo che dettava: «Chi è di noi, per quanto esperto, che possa distinguere nei suoi impulsi l'influenza del morsus serpentis da quella del morbus mentis«. Ed altrove: «Il male è minore nel nostro cuore, incerto è se noi dobbiamo ascriverlo a noi o al nostro nemico; è difficile sapere quanto il cuore fa e quanto è obbligato a fare». Più ancora chiaramente la manifestò S. Agostino, quando scriveva che nemmeno gli angeli potrebbero fare che uno che vuole il male voglia il bene. E certo il più audace e il più caldo sostenitore di questa teorica è un fervido credente cattolico, e anzi sacerdote, e sacerdote tirolese, G. Ruf[317].

Indirettamente, poi, l'affermano anche i sostenitori dei sistemi più opposti ai nostri, chè quando vengano sul terreno dei fatti e perfino in quell'elastico delle definizioni contraddicono se stessi o i colleghi, o non riescono a concludere nulla.