Nel caso del feto, come del neonato, non si riscontra alcuno dei due termini nella sua pienezza: anzi l'elemento sociale manca affatto; «è certo in fatto che essi sono piuttosto sotto la tutela della madre, che è il loro ambiente esteriore, che sotto quella della società, di cui non fanno ancora direttamente parte» (Tissot, Introd. philosoph. à l'étude du droit pénal, ecc., lib. 1, chap. III).
Il sentimento di allarme della società di fronte alla vita di un bambino, di cui essa ignora perfino l'esistenza (giacchè l'infanticidio honoris causa deve necessariamente avvenire prima che la nascita del bambino sia conosciuta) deve essere assai minore di quello per la perdita di un adulto nel fiore degli anni[347].
E però dal male giuridico derivante dalla uccisione di un infante deve detrarsi, per così dire, la quantità di mali, in parte certi, in parte probabili, che deriverebbero dalla conservazione di una vita, che espone la madre alla perdita irreparabile dell'onore e spesso al pericolo di sevizie e di morte, che compromette la tranquillità di una famiglia e, per avventura, di parecchie, o che almeno, in caso di esposizione dell'infante, mette la società in un bivio terribile: «da una parte, l'irresistibile impulso del cuore, la voce autorevole della carità, le impone di raccogliere quell'innocente che trovasi abbandonato all'intemperie, di coprirlo, di allevarlo; dall'altra, la ragione e l'esperienza le insegna che, accettando troppo facilmente, come un obbligo legale e costante di mantenere ed allevare i bambini abbandonati alle di lei cure, corre i gravi pericoli di incoraggiare l'esposizione dei fanciulli, di rilassare i nodi della famiglia, di attutire il sentimento del dovere nei parenti e quello del pudore nelle donne, di far degenerare, insomma, la carità in un guiderdone offerto al disordine ed alla immoralità (Boccardo, Dizionario di economia politica, ecc.).
Quanto al danno immediato causato dall'infanticidio, esso consiste nella soppressione di una esistenza che è così minacciata per la frequenza dei nati-morti illegittimi e per la grande mortalità che colpisce più tardi il trovatello e così minacciosa per l'infamia che porta a questa da non potersi in nessun modo avvicinare al danno del comune omicidio.
Sarà poi appena necessario avvertire che la pena carceraria avrebbe l'immancabile effetto di depravar la donna totalmente e di toglierle colle abitudini del lavoro domestico il mezzo di riabilitarsi, una volta espiata la pena (Balestrini, op. cit.).—E d'altronde posta a base della pena la temibilità sociale essa manca nella infanticida che è per solito una rea d'occasione e di passione, di raro recidiva; quindi qui la riprensione giudiziaria con malleveria e cauzione basterebbe senz'altro.
Con questa mitezza nelle repressioni delle ree poi noi preveniamo quelle decisioni che paiono così ingiuste dei nostri giurati, se si confrontino alle condanne per uomini; ricordiamo che su 100 giudicati di ambo i sessi in Italia si ebbero 34 donne prosciolte per 31 uomini, alle Corti d'assise 31 donne prosciolte per 19 uomini, nel tribunale 8 donne per 6 uomini (v. s. Cap. XIV).
Età. Giovinezza.—Ancor meno è indicato il carcere per la prima giovinezza. Qui abbiam veduto come occorra il baliatico presso famiglia morale colla suggestione così potente in quell'età di persone autorevoli ed oneste, lo stimolo della vanità, dell'emulazione, dei trattamenti blandi e benevoli, ma che spingano a un'attività continua nel senso che più soddisfaccia il fanciullo, e lo sottragga alle tendenze criminose e sopratutto all'ozio. Le istituzioni caritatevoli, l'invio presso famiglie morali, le colonie agricole, i riformatori uso Elmira e Barnardo, resi più utili dalle nuove norme psicologiche, mediche (vedi pag. 398), dall'emigrazione, che trasportando in centri agricoli vi continua gli effetti utili del baliatico morale, prevengono i reati occasionali, frequenti in quell'età, e forse riescono in alcuni casi se non a correggere, a trasformare utilmente i criminali-nati—e ad ogni modo ad impedire che essi contagino gli altri.
Vista intanto la precocità del delitto, necessita di tenerne conto nelle misure preventive.
Qui sopratutto bisogna evitare la prigione preventiva, la più grande fonte della corruzione giovanile. «Si parla (ben dice Joly) degli ospedali medioevali, ove spesso si trovava al mattino in un letto un morto fra due malati, ma peggio facciamo noi lasciando notti intere un giovane forse innocente, o almeno un reo d'occasione, fra rei consumati in attesa di giudizio» (Le combat ecc., 1895). «La Francia con tale promiscuità (Joly) trasforma in malfattori i fanciulli che non avevano tendenze al delitto.
E ciò senza nemmeno raggiungere lo scopo della selezione mediante la condanna perchè, come ben osserva Joly, i fanciulli assolti son spesso peggiori dei condannati. Ma se perciò ogni misura correzionale violenta deve tenersi come dannosa, devesi d'altra parte abbondare nelle cure redentrici (vol. III, pag. 395-439); quindi il limite d'età, in cui urge che queste comincino, deve essere portato assai indietro ai 9 anni e protrarsi in caso di infantilismo (vedi Vol. I, p. 305) assai più in là del limite fissato per l'età maggiore, che deve del resto variare, secondo il clima e la razza, lo stato, essendo, p. es., le semitiche e le meridionali assai più precoci nei reati di sangue e stupri e i campagnuoli e i poveri più tardivi dei rurali ecc.