2ª i recidivi, i sorvegliati dalla polizia, gli evasi, o quelli che avevano mostrato cattiva condotta negli stabilimenti;

3ª i malfamati ma che non avevano subito punizioni nella casa;

4ª i buoni, o meglio i men tristi, cioè quelli che non erano stati internati nella colonia più di 3 volte.

Così risparmiano la vergogna della prigione e della sorveglianza di polizia.

Sonvi mandati dai giudici, ma non pochi vi vanno come in una casa di lavoro, tanto che vi accorrono qualche volta degli operai disoccupati.

I comuni vi mettono alle volte i loro poveri pagando 0,45 per i validi e 0,85 per gli invalidi.

E se rifiutano di lavorare hanno 3 giorni di carcere a pane ed acqua. Pei lavori sono pagati con una moneta fittizia che non ha corso se non nello stabilimento, e che si cambia alla loro uscita onde non possano spender troppo nei vicini villaggi ed acquistare alcoolici.—E così con minima spesa essi hanno dissodati moltissimi terreni.

Pena di morte.—Ma quando, malgrado il carcere, la deportazione, il lavoro coatto, costoro ripetano delitti sanguinari e minaccino per la 3ª, la 4ª volta la vita di un onesto—non resta che la estrema selezione, dolorosa ma certa, della morte. La pena di morte è scritta, pur troppo, nel libro della natura ed anche in quello della storia, e come pena è di una giustizia relativa al pari di tutte le altre. E la morte di pochi colpevoli è un nulla a petto a quelle più dolorose ecatombi di giovani onesti e vigorosi che si chiamano battaglie. Come l'espressione più sicura della difesa sociale, essa dovrebbe, certamente ammettersi fra popoli barbari, a cui la carcere non faccia sufficiente impressione[362]. Ma io convengo che fra i popoli civili il delicato sentimento che la vuol abolita è troppo rispettabile per potersi combattere; tanto più che il prestigio singolare destato da una morte, inflitta a sangue freddo dai giudici, e subìta, meno rari casi, con coraggio o con spavalderia, moltiplica spesso i reati per imitazione e crea alla triste vittima, presso i volghi, una specie di culto.

Pure ad una cosa non pensano gli avversari di quella pena; non pensano con che difesa resterebbero davanti a un assassino, recidivo, che ammazzi i guardiani o li minacci di nuove imprese e che sia già stato condannato alla cella? Oh! sarete più umani se lo legherete mani e piedi per tutta la vita, e vi parrà d'esser giusti? E cosa farete nel caso di un nuovo infuriare del brigantaggio: e nel caso in cui la camorra e la maffia e gli accoltellatori di Livorno rinnovino, sempre più, ed estendano le feroci lor gesta?

Nè si dica col mio carissimo Ferri che, per esser pratica la pena di morte dovrebbe essere una vera beccheria, che naturalmente ripugna allo spirito moderno; mantenerla non vuol dire volerla moltiplicare: a noi basta che essa resti sospesa come spada di Damocle sul capo dei più terribili malfattori, quando condannati a vita, abbiano attentato più volte alla vita degli onesti, e peggio se spentala: con che si toglie anche quell'ultima obbiezione tanto palleggiata, e in fondo giustissima, della irreparabilità di questa pena. Noi la vorremmo pure mantenuta, anche, quando, sotto forma di camorra, maffia, brigantaggio, la criminalità associata minacci la sicurezza e l'onore del nostro paese. Con che mi pare che si pareggino, nel civile, assolutamente le condizioni a quelle stesse per cui si mantiene tale pena in tempo di guerra.