La grande insurrezione indiana del 1857-58 si deve (Hunter, op. cit.) in gran parte alle ripugnanze contro le innovazioni (telegrafo, vapore, ecc.) introdotte dalla civiltà, alle congiure di principi detronizzati e, almeno secondo Hunter, moltissimo anche all'avere i Cipay del Bengala sentito o creduto che si volessero ingrassare le cartuccie con grasso di porco (Kaye, History of the Sepoi, 1865). Dunque la fame prolungata vi potè meno che la superstizione.

Ed anche l'altre rivoluzioni Indiane a noi note non hanno rapporto col caro dei viveri; così l'insurrezione di Bohilla 1751, quella della setta dei Sikh nel Ponjab 1710, dei Cipay nel 1764, le piccole insurrezioni semidinastiche nei Synt 1843, quella dei Sikh nel 1848.

È notevole ancora che la provincia d'Orizza, la più colpita delle carestie, fu quella che diede il minor numero di sommosse.

Tutto ciò si può spiegare dal fatto, cui anche gli studi sulle azioni dei climi tropicali e polari ci confermeranno, che l'uomo prostrato nelle forze non ha abbastanza energia per reagire, sicchè il massimo della sventura umana, almeno quanto alle rivoluzioni, ha quasi una influenza più favorevole che non il massimo della felicità. Ciò è poi consono a quanto si osserva nella statistica criminale, come che nell'epoche di carestie e nei grandi freddi scemano in genere tutti i reati contro le persone, specie gli stupri e assassinii[58].

CAPITOLO VII. Alcoolismo.

Ma, come abbiamo veduto nel capitolo antecedente, l'influenza dell'alimentazione non si può scindere da quella dell'alcool, anzi questa è così grave che ne assorbe quasi sempre gli effetti pur troppo prepotenti nel campo dell'eziologia criminale, come in tutta la patologia umana.

1. Tradizione.—Ho dimostrato già altrove che la leggenda del pomo d'Eva, come una quantità di altre leggende medioevali semitiche ed egizie, alludono alle prime ebbrezze ad ai primi malanni provocati sotto gli eccitamenti alcoolici, e che si ripetono nell'altra leggenda del peccato di Cam[59].

I Semiti, che, come ci apprendono già le leggende di Noè, e più tardi le imprecazioni dei profeti Elia, Davide, Isaja, di Maometto, poterono forse, grazie al clima, prima degli altri, avvertire come gli effetti benefici delle bevande alcooliche erano sorpassati, troppo spesso, dai tristi (Salomone nei proverbi attribuisce all'ebbrezza la miseria dei popoli ebrei); conformandosi alle abitudini dei popoli primitivi che personificano e plasmano i fenomeni così buoni che tristi della natura, ce lo formularono e scolpirono in quella singolare leggenda dell'albero della scienza del bene e del male, che, collo stesso nome, compare in India fra i prodotti singolari scaturiti durante la fabbrica dell'Amrita, ed è accennata nella leggenda prearia di Yma (Harley, Zend-Avesta, 89), ed è scolpita in quel bassorilievo di Ninive, in cui un serpe offre al primo uomo il frutto di una palma (Layard, Mem. of Niniveh, p. 70; Lenormant, op. cit.).

Secondo un'altra leggenda arabica il primo a piantar la vite fu non Noè, ma Adamo, e il diavolo l'inaffiò col sangue di una scimmia, di un leone e di un porco[60], allusione ai vizi che più suscita l'alcool; infatti in un fabliau francese, che con quella si collega, si legge che il diavolo, dopo aver lungamente tentato un romito senza poterne vincere la virtù, gli promise di volerlo lasciare in pace, a patto che gli desse questa soddisfazione di commettere una sola volta un peccato, scegliendo tra il vino, la lussuria, l'omicidio. Il romito per liberarsi accetta, e sceglie il più piccol peccato, del bere, pensando di poterne poi con poco far penitenza; va a pranzo da un mugnaio suo vicino e s'ubbriaca; rimasto solo con la moglie di costui casca nel secondo peccato e finisce per uccidere il mugnaio da cui è sorpreso[61].

Gli effetti criminosi del vino adombrati in queste leggende, ci spiegano perchè in Zendha la parola Madhu valga per vino e anche per dolore, e Kan, chinese, per albero e peccato,—e come i Caldei adorassero insieme al Setarvan (la vigna profumata), il Sam Gafno, sopra cui aleggia la vita suprema, e gli Indi il Kalkavir-Keha, l'albero dei desideri, e forse così spiegasi l'analogia di malum, pomo e malum, male—in latino.