Da cui si vede che: le truffe e in genere i reati contro la fede pubblica vanno decisamente aumentando coll'aumentare della ricchezza; che i furti sono massimi dove questa è massima; ma se vi si aggiungano anche quelli di competenza dei pretori, di poca entità e per lo più campestri, se ne ha il massimo dove la ricchezza è minima, come del resto si ha sempre per gli omicidi.
Questa differenza dimostra ancor meglio la influenza assolutamente occasionale della pura miseria sui minimi reati per lo più boschivi: l'abbiamo veduto anche nel capitolo dell'Alimentazione, nel fatto che mentre i furti in genere crescono in Germania negli anni in cui il frumento costa meno—e calano quando questo cresce di prezzo—invece i furti boschivi hanno un comportamento affatto inverso. Ma questi furti, che ricordano ancora l'antica usanza della comunione delle terre e dei pascoli, si legano a vecchie tradizioni e non rappresentano che in piccolissima parte l'immoralità d'un paese.
Il comm. Bodio ci fa notare la necessità anche per ragioni psicologiche di studiare a parte le truffe (frodi e bancherotte) e i falsi in monete ed in atti: ma noi, coi dati che egli ci somministra, troviamo che, tanto nelle medie quanto nell'ordine sociale, questi reati si comportano come i reati contro la fede pubblica da noi studiati sugli anni 1878-83, andando cioè paralleli colla ricchezza.
Quanto ai reati contro il buon costume i risultati sono più inattesi; essi presenterebbero, cioè, il loro minimo dove la ricchezza è media, e il loro massimo dove la ricchezza è minima. Ciò è in evidente contraddizione con quanto si conosce sull'andamento solito dei reati contro il buon costume che sempre crescono col crescere della ricchezza.
Tuttavia queste conclusioni subiscono numerose eccezioni, anche le quali si mantengono pressochè tutte nel periodo 1890-93.
Così vediamo tre provincie che hanno una ricchezza minima e press'a poco eguale, Sondrio, Reggio Calabria ed Aquila, offrire una metà di furti e quasi il terzo di falsi di Macerata (102), senza che della differenza si possa trovare alcuna spiegazione.
Quanto qui il fattore di razza e di clima abbia su quell'economico il sopravvento appare dalle cifre maggiori dei reati contro il buon costume date da provincie meridionali ed insulari, Potenza (32), Cosenza (34), Chieti (31), Reggio Calabria (30), Campobasso (22) e Avellino (23), mentre Belluno, Sondrio e Udine, con ricchezza pari, ma nordiche e di razza celtica o slava, non ne hanno che 6, 13,2 e 7,93; e dalle variazioni quasi del quadruplo: Macerata con 9 in confronto a Cosenza e Reggio Calabria che pure hanno ricchezza quasi uguale.
Lo stesso rapporto si trova per gli omicidi, il cui numero è veramente maggiore nelle provincie che hanno minore ricchezza; se non che anche per essi emergono le grandi cifre di Girgenti (70), di Campobasso (41), di Cosenza (38) e di Avellino (45), meridionali, sopra quelle minime delle nordiche Sondrio (5,48), Belluno (5,17), ed Udine (7,17), di cui la ricchezza è pressochè uguale alle prime, ma diverse sono la posizione geografica, l'etnologia ecc.
E così si spiega anche perchè i massimi ed i minimi delle ricchezza non corrispondano sempre nelle singole provincie alle risultanze che emergono dalle medie.
Così Venezia e Torino, che non son tra le prime delle provincie ricche, hanno invece il massimo di reati contro la fede pubblica: certo un simile fatto avviene in Bologna, come abbiamo già accennato, per la speciale tendenza etnica (bolognare).