"Il fattibile più volte non mi piace e dirò anzi mi ripugna; ciò che mi piace non solo parrebbe fuor di proposito e fuor di tempo agli altri, ma sgomenterebbe me medesimo, quando si trattasse non di vagheggiarlo o lodarlo semplicemente, ma di promuoverlo in effetto; e d'averne poi sulla coscienza una parte qualunque delle conseguenze."

Son le parole stesse con cui espressero la loro abulia Cardano, Newton e Rousseau, e recentemente Renan ed Amiel[20].

L'abulia lo lasciava preda del suo ambiente, favoriva la sua suggestionabilità, il che spiega perché fino a che fu sotto l'influenza della madre vedesse dei geni nei suoi amanti e non s'accorgesse dell'indelicatezza nel farne egli l'elogio; appena caduto nel dominio dei preti passa ad un fanatismo bigotto così esagerato come era forse esagerato l'anticristianesimo e l'odio dei preti quando era sotto l'influsso degli enciclopedisti. Vedremo presto come alla sua conversione abbia contribuito molto la suggestione della moglie, della madre, di due preti e d'una... vicina di casa.

Questa abulia ed insieme la poca affettività che fra poco dimostrerò, spiegano la sua ripugnanza a scrivere agli amici, a rispondere loro anche in cose importantissime.

Se il prendere la penna era per lui sempre una "azione eroica" — così confidava egli al Grossi, — quando poi si trattava "di scrivere una lettera di cerimonia", allora "l'impresa" (è ancor egli che parla), si facea addirittura "erculea". Questa lettera diventava per lui una vera calamità! Vi pensava delle settimane senza mai sapersi risolvere a mettersi alla scrivania; oppure vi si metteva varie volte... per non scrivere poi altro che qualche linea (Bellezza o. c.).

Finalmente, dopo esitanze, meditazioni e perdite di tempo deplorabili, finiva a scriverla e a spedirla; e allora ridiventava di buon umore, non senza rimpiangere tutto il tempo che vi aveva perduto; però non di raro dopo scrittala era oppresso dal tormento dei pentimenti; sicchè molte volte mandava il servo a ritirarla dalla Posta per paura gli fosse sfuggito qualche errore. — Quando ristampò la sua lettera famosa a Cesare D'Azeglio intorno al Romanticismo, ne volle rivedere le bozze, chi dice quattro, chi dice tredici volte...; e si trattava di una ristampa (V. Barbiera, op. cit., pag. 364).

Senso pratico. — Questa abulia era in lui peggiorata dall'assenza di ogni senso pratico della vita o senso comune. Quindi, erede d'un forte patrimonio, venutogli inaspettato — quello dell'Imbonati, — non sa valersene per migliorare il proprio censo, sicchè finisce a dover vendere tutti i poderi aviti, ai quali era affezionatissimo: autore d'un'opera coronata da un immenso successo come i Promessi Sposi, venduta in poco tempo a due mila copie, — cosa straordinaria in quei tempi — riesce invece a rimettervi 80 mila lire quando se ne fa egli l'editore per non volersi adattare a dare alcuno sconto ai librai, che è la condizione sine qua non d'ogni smercio librario. Finalmente, proprietario agricolo, manca della previdenza più semplice — quella di prendere un'assicurazione sugl'incendi.

Affettività. — Aveva, come accennai, comune coi folli morali la poca affettività; fu ingrato col Foscolo (Lettera al Trechi), col Torti; amico intimo del Grossi, non volle pronunciare due sole parole che avrebbero potuto salvarlo da gravissime noie nelle polemiche coi critici pei suoi Lombardi alla prima Crociata; amico antico del Fauriel, ne divenne dopo qualche anno quasi un estraneo; poco e male si preoccupò dei figli, non dandosi il menomo pensiero della loro educazione e collocazione. Come Beccaria, dopo aver amato caldamente la prima moglie, ne sposa dopo 3 anni un'altra; al figlio Pietro che gli domanda una raccomandazione per riavere un impiego, risponde con una lettera che parrebbe diretta ad un ignoto, in cui protesta non avere relazione con alcuna persona influente, il che non era vero perchè lo vediamo — quasi contemporaneamente (Epist. II) — raccomandare persona affatto a lui estranea nè gran che più meritevole.

Precoce. — Fu (De Gubernatis, op. cit.), precoce come sono tutti i degenerati; a 15 anni aveva scritto il Trionfo della libertà, a 18 le Armonie giovanili, e non mancava nei suoi primi anni di quella megalomania così frequente nei giovani ma che contrasta stranamente coll'eccessiva umiltà e modestia della età matura, in cui avea tanto più ragioni d'insuperbire: come provano questi versi nel Trionfo della Libertà, dettato a 15 anni:

Ed io pur anco ed io vate trilustre