Ed una prova egli stesso singolarissima ne fornisce nel libro De Varietate, scrivendo, certo in un momento lucido: "Ego certe nullum demonem aut Genium habeo, sed mihi pro bono Genio data ratio", pochi capitoli dopo aver descritto e particolarmente la natura del Genio addetto a lui e a suo padre.
Così pure la credenza al pronostico dei sogni nata dall'ignoranza completa dei rapporti della natura con l'uomo, dal desiderio d'allargare il limitato presente, è una delle più radicate ed universali delle tante che deturparono fino dalla culla la specie nostra; essa era in voga certamente anche nella plebe del secolo di Cardano; troppo lo confermano i suoi biografi contemporanei, che lo chiamano pazzo perciò solo "nec video quam aliud existimetur, (dice), p. e. Naudeo Praef. "existimetur qui somniis, ostensis fidem habens ex vetularum delirantium observationibus pendeat".
Già sorgevano Telesio, Cartesio, Bacone, Scaligero, Campanella; e Cardano stesso s'era spesso elevato sopra i pregiudizi anche dei più grandi coetanei. Quando, adunque, Cardano, non solo abbracciava quell'assurda credenza popolare dei sogni, ma ne faceva scopo di lunghi lavori e bussola d'ogni sua azione, dovette certo sottostare ad una metamorfosi regrediente, ad una qualche modificazione cerebrale, che ridestasse su la compressa logica e su le cancellate impressioni anteriori, istinti ed idee d'uomo primitivo. E noi, senza vagare nelle ipotesi, ne abbiamo già le tracce nell'influenza ereditaria di morbo e nella paranoia di cui adducemmo prove sì numerose.
PETRARCA[31]
Quanto gravi fossero le anomalie nervose e psichiche in Petrarca avevo tentato di mostrare nell'Uomo de Genio p. 22, 60, 142, 157, 180, 194, 218, 244, 414.
Godo di vederlo confermato con ben maggiore precisione e saldezza dal Cesareo[32] e più accuratamente dal Finzi, che, come E. Carrara e Squillace s'accosta non solo alla combattuta teoria della nevrosi del genio, ma vi apporta nuove e importanti dimostrazioni[33].
"A me pare, scrive Finzi, che in molte anomalie psichiche del Petrarca possa offrirsi qualche piccola materia di studio ai maestri della nuova dottrina." — E noi possiamo, seguendolo letteralmente dimostrarlo.
Melanconia. Infatti, secondo la sua erudita monografia, se anche lasciamo stare l'eccentricità e il misticismo intermittente, troviamo quella costante condizione patologica del suo spirito, che egli stesso confessò nel Secreto, quando a Sant'Agostino che lo apostrofa: "Tu sei tormentato da una funesta pestilenza, detta acedia dai moderni e malinconia degli antichi", — egli risponde: "Lo confesso: dominato da siffatta tristezza, io vedo tutto aspro, tutto misero, tutto orrendo; mi sembra di essere sempre sulla via della disperazione". E continua affermando che questo travaglio lo opprime per interi giorni e per intere notti; e che nondimeno si trova spesso condotto al termine di pascersi delle proprie angosce, assaporandole con una specie di acuta voluttà. Certamente poi quand'egli si fa ad indagare le cagioni di questa sua malinconia, esse appaiono molto sproporzionate a così triste effetto. Ma gli è che a lui medesimo non si mostrava ben chiara l'indole del suo male, ch'era tutto interiore; e ne cercava le cause fuori di sè, nell'opinione pubblica, che pure lo accarezzava con tanta parzialità, che sarebbe stata bastevole ad appagare qualunque più superba ambizione; nella fortuna, che in effetto non gli fu mai matrigna; nella sentina Avignonese, dove in sostanza egli stava perchè gli piaceva e gli conveniva di starvi.
Abulia. — ... "Da ciò infine gli abbattimenti, spesso confessati fin dalla sua giovinezza, e la mancanza d'energia nel mantenere i propositi, anzi la perpetua irresolutezza fin nel concepirli. Tante volte si mette in cammino per un lungo viaggio, non senza aver preparato gran bagaglio e fatti tutti gli allestimenti necessari a non breve assenza; nullameno per il più piccolo accidente, o torna indietro, o muta direzione, o scappa via appena giunto.
"E confessa egli stesso di soffrire assai per questo suo perpetuo dibattersi nell'incertezza, alla quale talora gli riesce di sottrarsi, non tanto perchè con un atto energico della volontà abbia saputo prendere coscientemente una ferma deliberazione, quanto perchè sì grande è in lui l'angoscia dello stare un pezzo in fra due, che si risolve una buona volta, non per altro che per uscirne e provare il sollievo proprio di chi non ha più il rovello di pensarci su. Ma non sempre l'espediente gli giova, perchè continua ad essere posseduto da un'agitazione, da un'irrequietezza indomabile, per la quale rassomiglia sè stesso ad "un malato che si rivolta per il letto senza trovare riposo", e confessa di essere sempre in lotta con sè medesimo "come se la sua volontà fosse divisa in due parti contrastanti l'una all'altra", e si compiange come sopraffatto dalla difficoltà di tutte le cose e spesso costretto a "porre tutto da banda e possibilmente nel dimenticatoio", appunto, e soltanto, per non aver l'energia di appigliarsi ad un partito". — È proprio completa l'abulia del melancolico.