Influenza meteorica. — Quanta fosse l'influenza meteorica sopra i movimenti del suo spirito "s'intravvede, scrive Finzi, sol che ci riduciamo alla memoria quante volte nell'epistolario egli si fermi a descrivere uragani ed acquazzoni."
"Così è anche della primavera, e particolarmente dell'aprile, rispetto alle circostanze più interessanti della sua vita di poeta. Non dirò nulla di quel che si connette col Canzoniere, per ricordare soltanto quel venerdì santo che girovagando per i colli di Valchiusa, concepisce l'idea dell'Affrica, e quell'altro giorno d'aprile che girovagando per i colli di Selvapiana si sente inspirato a riprendere il poema interrotto. Laura veduta e perduta nel medesimo giorno; l'Affrica incominciata e ripresa quasi nelle medesime circostanze di natura e di tempo! Sarà stata proprio una combinazione di fatti reali, o piuttosto una particolare simpatia di date e di stagioni? Par difficile credere che in ciò non sia un che di suggestivo; comunque, il fatto sta che da quando egli lascia Bologna nel 1326 a quando riceve nel 51 la visita del Boccaccio (ed egli dice che fu il 6 aprile) a quando fa nel '73 il suo testamento, il mese d'aprile è quello che ritorna più frequentemente nel complesso delle sue memorie"; come insieme al Maggio, Giugno e Luglio vedemmo il mese che corrisponde al maggiore numero delle creazioni geniali (V. mio Uomo di Genio, VI ed.).
Vanità. — "Senza dubbio la debolezza francamente confessata di volersi dare a credere più giovane che non fosse, di guastarsi la fronte a furia di scottature per arricciarsi i capelli, di storpiarsi i piedi per portare calzari stretti, di nascondere, aggiungo io, il difetto del piede zoppo rivelatoci dal Canestrini dopo 500 anni, ci mostrerebbe un animo assai pieghevole alla vanità, anzi alle piccole vanità. Quando poi si leggono nell'epistolario gli accenni ch'egli fa, tra il modesto ed il pretensioso, agli elogi ed onori che gii vengono tributati; quando esprime talvolta con ingenuità e talvolta con sicumera il desiderio di essere conosciuto e lodato, e il sentimento del proprio merito, anzi della propria grandezza, si direbbe che anche la vanità, la grande vanità, entri per qualche poco nell'indole sua. Nè si dette pensiero di dissimularla. Fu ingenuità o inconsapevolezza? Quando si ricorda quella curiosa letterina da lui indirizzata a Francesco dei Santi Apostoli circa il tardato arrivo del vescovo Acciaiuoli, c'è da pensare all'inconsapevole vanità dell'orgoglio esagerato.
"Con che sprezzatura egli affetta di non invidiare a Dante il plauso dei tavernieri e dei lanaiuoli, egli corteggiato ed ammirato dai principi e dalle dame! In quell'espressione è tutta la vanità, tutto il piccolo orgoglio dell'anima sua, troppo debole, troppo malata perchè potesse concepire un forte odio. Non è anomalia psichica ancor questa?" si chiede l'egregio biografo.
Poca affettività. — "Era affezionato agli estranei, ma assai poco ai suoi. Che facesse del figliuol suo Giovanni, richiamato da Verona, non si sa; ma contento di lui non era, giacchè appunto in quell'anno '57 al suo Guido Settimo scriveva amare parole sulla riluttanza del giovane alle fatiche dello studio; lo mandò poi ad Avignone, e di là il suo Lelio gli riscriveva lodandosene di molto "per il pudore, la modestia e la promettente indole giovanile". Egli poi lo richiamò; e nel '59 Giovanni doveva essere a Milano, se del furto che patì in sua casa mentre villeggiava a Linterno, il padre suo potè incolpare lui appunto, scacciandolo di casa e lasciandone poco edificante ricordo alla posterità. Anche nei momenti che lo rimpiange morto, non mostra alcun affetto, così:
"Il mio Giovanni, nato a mio peso e dolore, e che vivendo mi diede gravi e continui fastidi, e morendo mi recò aspro cordoglio, dopo aver veduti in sua vita pochi giorni felici, morì nell'età di anni 24". Così registrò il suo lutto il poeta. Con l'amico Simonide si lagnò poi ch'egli morisse proprio quando "accennava a diventar migliore", e scrivendo a Guglielmo da Pastrengo, lodava Iddio d'essere stato "liberato da un lungo travaglio, non senza grave dolore".
"Forse neanche alla figliuola Francesca, che almeno dal 1353 in poi egli tenne a convivere seco e che poi accasò con un amico, fu benevolo, se il marito, affettuoso, nell'epitaffio che le fece scolpire sulla tomba, e che tuttavia si legge nei chiostri inferiori del duomo di Treviso, dove essa morì, potè alludere, con un riserbo che pur non dissimula interamente l'amarezza, all'equivoca sua nascita e alle poche consolazioni della sua esistenza. "Non so, vi dichiara ella stessa, se io fui più fedele al marito, o sottomessa al padre, o ignara di esterna felicità. In vario modo la mia sorte mi perseguitò negli anni giovanili; qui è per me quiete duratura, qui certa domus...".
Epilessia psichica. — Il Finzi non trova prova chiara dell'epilessia psichica, ma io ne vedo nella sua stessa monografia. Cacciatosi dentro alla storia romana, che designava di scrivere, almeno da Romolo a Tito, gli si ravvivò nell'animo l'antica predilezione per Scipione Africano, a tale che narra egli stesso come il venerdì santo del '39, passeggiando a sollazzo per i monti, concepisse l'idea di un poema per celebrarne le gesta. E ci si mise con tanto ardore e con sì ostinata intensità d'applicazione da trovarsi presto rifinito dalla fatica; la qual cosa vedendo il suo amico vescovo di Cavaillon, si fece promettere da lui che avrebbe aderito a un suo desiderio. Egli promise, e l'altro: "Dammi le chiavi del tuo armadio". Il Petrarca, un po' sorpreso, le dette, e il vescovo, raccattati libri e carte e quanto serviva a scrivere, rinchiuse tutto nell'armadio, dicendo: "Ti do dieci giorni di vacanza, durante i quali mi devi promettere di non leggere nè scrivere". E se n'andò. Il poeta da quell'ozio forzato ebbe men riposo che pena. Quel giorno gli parve un anno; la mattina seguente si destò con un gran mal di capo, che l'oppresse tutto il dì; il giorno dipoi s'alzò coi brividi della febbre; onde l'amico, saputa la cosa, vedendo che il rimedio era peggiore del male, gli riportò le chiavi, ed egli risanò, e si rimise al lavoro con "tanto impeto e sì fervido estro", che in pochi mesi condusse molto innanzi il poema.
Ma più la vedo da queste pagine in cui è chiaro lo status epilepticus prolungato più giorni.
"... Intorno alla metà d'aprile si mise finalmente in viaggio per Roma; ma giunto a Ferrara fu colpito da una sincope, che lo tenne per trent'ore come morto. Gli furono intorno i medici con energici rimedi per farlo riavere, ed egli non se n'accorse, e come riprese i sensi, si trovò ospitato dai signori di quella città, che lo circondarono di cure sollecite. Corse novamente la fama della sua morte; e gli amici di Padova e Venezia se ne commossero; onde lo risalutarono poi con assai gioia mista a grande stupore quando, giacente sopra una barca, lo videro ritornare dopo che, per la prostrazione delle forze, egli dovette comprendere che non era più in grado di proseguire il viaggio per Roma." Poiché se fosse stato quello un colpo apoplettico, avrebbe lasciato dietro se la paralisi ecc.