E più oltre: a Pisa "leggeva da mattina a sera; mi chiusi fino quindici interi giorni in casa fingendomi ammalato per istudiare." Questa medesima foga con la quale si era rivolto alla lettura, impiega negli scritti, il cui numero veramente grande (romanzi, lettere, opere letterarie, politiche etc., alcune anche voluminose, scritte in pochi giorni — si cfr. ad es. la lettera del luglio 59 al Mangini) attesta della sua straordinaria attività, che tanto più appar maggiore, quando si pensi che gran parte delle sue lettere è ancora inedita, e che al tempo stesso che rivolgeva le sue cure alla letteratura, si occupava anche febbrilmente delle faccende forensi.

Esaurimento. — Ora questo soverchio lavoro mentale, efficacemente aiutato nella sua opera devastatrice dalle afflizioni morali, dalle lunghe prigionie e dalle malattie (sopra tutto dall'epilessia), doveva finire per produrre in lui l'esaurimento. La fatica della imaginazione era in lui così intensa, che riusciva a prostrare tutte le sue forze: "Per me non conosco fatica, che tanto vaglia a prostrarmi quanto la imaginazione di un qualche concetto; mi riesce di osservare una intera giornata; immaginare nè anche un'ora senza che il capo mi dolga, e le pulsazioni accelerate delle arterie mi scompiglian tutto.... La immaginazione si assomiglia alla febbre e spesso ne assume tutti i caratteri." (Note autobiogr.). L'esaurimento cresce coll'avanzar negli anni: A Niccolò Puccini (febb. 47 da Livorno): "Io ho scritto, scrivo e scriverò, come la cicala canta e canterà finchè non iscoppi; ma a che pro'? A nulla. Basta: Ardendo mi consumo, e questo è il meglio. Io, come Dio vuole, sento aver poco più tempo di vita, perchè intemperante e ingordo mi sono mangiato a un pasto il viatico d'intelligenza e di cuore che la natura dà all'uomo perchè gli basti per tutta la vita. Meglio così."

Al Bertani da Firenze (dic. 49): "Ti ripeto che ho cessato di scrivere: così doveva essere: la mente e la mano stanche cadono sopra le pagine."

Alla Colonna (genn. 52): "A scrivere duro immensa fatica."

Al Bertagni (febbr. 53): "Le scrivo senza saper che sono per dirle: non sono afflitto; questo verrà più tardi: ora mi sento stupidito, mi pare aver ricevuto una percossa sul capo, che m'abbia tolto perfino la facoltà di pensare."

Al Cadetti nel dic. 55: "Mi sento men destro"; — e nel maggio 56: "la mente comincia a infiacchire, poca messe può trarsi da un cervello spossato."

Al Mancini nel dic. 57: "Mi affatico, mi stordisco... mi sento stracco, rifinito"; — e nel luglio 59: "Mi sono affaticato troppo, ed ora tra fatica e dolore giaccio infermo in letto".

Delirio melanconico. — Ma assai prima dell'esaurimento si infervorava in lui il delirio melanconico ereditario; tolgo dalle Memorie al Mazzini: "Rimasto solo (all'Università di Pisa), m'invase l'umor nero, infermità di famiglia...;" e più oltre: "Somma dell'Università di Pisa: fastidio degli uomini e della vita, tristezza crescente". Da una lettera, ivi riportata, direttagli dal Rini: "Come vivi, Francesco? Ti rode sempre quell'ansia misteriosa di cui non seppi, e non osai mai penetrare la causa? E ti cavalca sempre lo spirito un diavolo nero, onde così per tempo s'inaridisce la giovanezza dell'anima tua?" E ancora: "A me il destino disse: soffri, combatti e muori.... ormai già in questa vita io non aspetto più".

Di questo delirio melanconico e di disperazione, attestato anche dal Giusti, prove ed espressioni continue ritroviamo anche nell'epistolario: Al Puccini da Montecatini (1844): "Valgami presso voi di scusa il sentirmi io di pessima voglia. Io sono venuto ai Bagni irrugginito dall'umore nero..."; — e in altra lettera: "Quest'anno io non voleva movermi, presago di sinistri che ho la disgrazia di indovinare."

Da Livorno (aprile 48): "Mi canzonate della predica: non mi canzonate. Cave canem; scherzo ed ho la morte nel cuore."