Dopo il suicidio del cugino Pietro "quel volto, egli narra, mi dura fitto nella mente così che spesso io lo veggo; nelle vigili notti mi si asside a pie' del letto, e seco lui mi trattengo e ragiono."
Delirio di grandezza e di persecuzione. — Guerrazzi è sempre preoccupato dalla mania di apparire un uomo straordinario, così nel bene come nel male, così nella potenza come nell'infelicità, così nell'ingegno come nell'odio degli uomini. Il delirio di grandezza lo domina in tutto e per tutto, lo spinge a ingigantire nei suoi scritti la propria figura fino a falsarla in certi lati completamente: la magniloquenza nelle espressioni, la esagerazione nelle similitudini, la falsità spesso nella esposizione dei fatti sono caratteristiche ogni qualvolta egli parla di sè o dei suoi (Mondolfo o. c.).
Già nelle note autobiografiche egli confessava "una certa ostentazione al magnifico alla quale con molta compiacenza propenderebbe la mia natura"; e riguardo alle stesse note vedemmo com'egli esageri la sua precocità, dando a credere, con una frase ambigua, di aver composto a 12 anni quel poema che non potè scrivere prima dei 16-18. Questa stessa tendenza lo spingeva, nelle Memorie al Mazzini, a far di suo padre un romano antico, o, quel che è più strano, in un democratico, a vantare continuamente e illustrare nelle note e nelle memorie i suoi quarti di nobiltà.
Ma dove sopra tutto spicca il delirio di grandezza è nella smania di apparire un grande perseguitato dalla sorte e dagli uomini. Certamente la sua vita non fu seminata di rose, e lungo il cammino più di una volta i suoi piedi ebbero a sentire la puntura avvelenata dell'odio: ma egli di queste sventure, di questi dolori quasi si compiace, perchè gli giovano a esaltare la sua figura, e per meglio riuscire nel suo intento cerca esagerare le sue ammarezze, cerca farle apparire inaudite, superiori a quanto l'esperienza universale possa attestare, a quanto mente possa immaginare. La persecuzione della sorte e l'odio degli uomini si appunta e si accanisce su di lui per il suo ingegno, che d'ogni intorno gli procura l'isolamento e l'invidia feroce.
Al Poli da Portoferraio scrive nel nov. 33: "Tra tutte le superiorità quella che gli uomini perdonano meno è l'ingegno....
Non vo' perciò che ai tuoi nemici invidie
posciachè s'infutura la tua vita
via più là che il punir di lor perfidie....
cantava Dante sventurato e ramingo; ma datemi la speranza di un sepolcro in S. Croce, e soffrirò volentieri infortuni un milione di volte più miserabili dei suoi."
Al fratello Temistocle (apr. 43): "I miei amici! Io non ho amici; io ho gente che mi odia, ho gente che ha bisogno di me, ma nessuno mi ama."