Al Guigoni nel 48: "Ho la vita minacciata di minuto in minuto da due giorni a questa parte."

Al Mangini nel 50:... "Lasciare ai miei persecutori il legato che si meritano, sanguine sitisti, et hic est sanguis."

Al Massei (luglio 53): "Il corpo già scosso da urti nuovi e perigliosi, a tanta dimostrazione di odio (la condanna) temo non regga. Sia fatta la volontà di Dio, e se devo essere il martire della restaurazione, anche a questo sono preparato. Già poco più rimane ai miei nemici per conseguire lo intento."

La persecuzione scorgeva, o fingeva scorgere anche nei fatti nei quali, evidentemente, non entrava affatto. Una volta, nel cimitero di Livorno, trovò sfregiata la lapide del padre: che sia disgrazia o altro egli non pensa; devono essere i suoi nemici. "Ma che cosa ho mai fatto di scellerato onde mi abbiano a turbare le ossa dei miei morti per arrecarmi oltraggio? A tanto d'indegnità arriva l'astio brutale che calpesta ogni senso di religione sopra i morti, e co' morti hanno voluto i miei nemici trafiggermi il cuore!"

Ed ecco un esempio della magniloquenza con cui parla delle sue sventure.

Nella Apologia si paragona a Focione; ma pretende superarlo d'assai nei patimenti, perchè Focione con la morte li terminò ed egli sente da due anni il sepolcro e nonostante vive. Con peggiore esagerazione nelle Note autobiografiche: "Questa è la terza volta che tutti gli affanni della morte mi assalgono; se ciò mi viene dalla fama d'ingegno, oh! come caro comprata!... Cristo ebbe un'ora di passione, Cristo bevve un solo calice d'amarezza, per me i calici e le ore sommano a mille.... E Cristo, il quale era pur Dio, supplicava che la bevanda fosse allontanata, ed io devo trangugiarne più di lui.... Contemplo il destino... e mi consolo con quella antica sentenza: che l'uomo giusto indegnamente oppresso, è spettacolo degno degli Dei."

E dopo ciò parmi inutile spender parole a dimostrare come la origine del delirio di persecuzione nel Guerrazzi debba principalmente ricercarsi nel delirio di grandezza.

Bizzarrie. — Né solo di questi deliri troviamo tracce chiare; ma, come già in suo padre, anche una grande tendenza alle idee fisse, come egli confessa. "Che cosa significarono gli antichi" scrive nel gennaio 50 "con lo avvoltoio di Prometeo? Il pensiero molesto"; e nell'ottobbre 49: "il Tasso se non era pazzo quando fu messo in S. Anna, diventò tale col tempo. Guai al pensiero non divertito! diventa una lama che taglia il fodero"; e nello stesso tempo al Bertani: "I miei pensieri in me dormir non ponno."

Ricordo, come esempio curioso, tra le sue bizzarrie quella di non voler essere chiamato avvocato nè chiarissimo (come l'olio di Lucca, egli dice): se dovessi qui riferire tutti i passi delle sue lettere, nei quali prega i suoi amici di risparmiargli questi titoli, occorrerebbe più che una pagina.

Un'altra nota bizzarra, dovuta in gran parte alla sua qualità di livornese, era l'odio per gli ebrei, contro i quali da ragazzo andava a far sassaiole e lotte a coltello. Una volta un ebreo gli tagliò la corda di un aquilone, facendoglielo andar a male. Ond'egli: "Ebreo, giudeo, da quel giorno scorsero molti anni, di fanciulli siamo diventati uomini. Ma io ti ho notato, ti ho sempre tenuto dietro, e guardati, ch'io non ti aggiunga, perchè le tue orecchie devono farmi ragione dell'offesa." Quest'odio giunge fino al ridicolo, tanto che da Bastia, avendo ricevuto campioni di penne, scrive addolorandosi per avere trovate buone quelle fabbricate dall'ebreo Corcos.