L'ostinazione nelle proprie idee egli attribuisce parte all'eredità, parte all'educazione paterna: "Di famiglia tiro al cocciuto, scrive al Mongini, e credo sia utile trovarmi così." E nelle Memorie al Mazzini narra che avendolo il padre abituato rigido osservatore dei proponimenti fatti, che son parole date a se stesso, imaginato un disegno "dichiaro a me stesso: così ho fermo e così farò. Allora il fine diventa fatale, aut Caesar aut nihil; o toccare il fondo o restare per la strada; indietro mai". E a conferma, racconta che una volta, d'inverno, gli venne in testa d'andar a vedere un convento in fondo a una valle. Cominciò la neve, il cavallo sdrucciolava, e scendeva la sera buia e fredda. "Una voce dentro mi sussurrava: È me' che tu ritorni, — quando hai deliberato andare, nessuno ti ha udito, e la tua parola non ti lega con anima viva. All'opposto un'altra voce rispondeva: oh! tu sei nessuno? Tu v'eri e basta". Lasciò il cavallo da un contadino; e a piedi, tremando pel freddo, aiutandosi con mani e piedi, giunse infine al convento, ove si pose a leggere le iscrizioni. "Il guardiano penso mi giudicasse alienato di mente". Poi a gran fatica tornò a notte fatta dal contadino e rimontò in sella. Il cavallo avendo il freno male acconciato, si imbizzarriva; era buio pesto e la strada pericolosissima; non ostante volle proseguire e infine giunse a casa dove nessuno l'aspettava.
Impulsività e contraddizioni. — Se non che, per un contrasto che può parere, ma non è, strano, accanto a questa ostinazione nelle proprie idee, ritroviamo in lui quella mobilità ed esplosività del carattere così frequente negli epilettici[42] e che lo trascina alle contraddizioni più strane. Basti ricordare le pagine che nelle Note autobiografiche dedica al Mayer e ai suoi istituti d'infanzia, non di un uomo in cui sembra vi parli, ma di un santo, di un angelo: "angelo di pazienza, nuovo Pietro Eremita della sua santa missione, tesoro inesauribile di affetti, etc." sono espressioni che tolgo qua e là a caso. E conchiude: "Onore al Mayer! i tuoi amici ti salutano angelo di amore, e pregano Dio a voler sopportare che per lunghi anni ne rimanga vedovo il cielo".
Più tardi invece, in note mss. alla Apologia e nei Nuovi Tartufi, il Mayer diventa un vile, un ipocrita, che egli si vanta di avere svergognato arringando il popolo, quando, sulla piazza di Pisa, volevano rappattumarli; la sua santa missione degli asili d'infanzia "istituti manchevoli, in parte crudeli, in parte cagione di mali che volevansi evitare etc.", e perfino postriboli!
A questa mobilità del carattere, forse, e non unicamente a slealtà o peggio, vanno imputati alcuni "dei fatti di cui il Giusti gli muove acerba accusa[43], e in taluni dovette anche aver parte non indifferente l'impulsività, grande in lui non meno che in sua madre".
Nelle Memorie al Mazzini racconta come, vedendo una volta un uomo percuotere un ragazzo, "io, senza informarmi se fosse suo figlio, mi avvento contro il percotitore e lo batto nel capo; costui ristette alquanto, attonito per la meraviglia; ma di breve imbestiando nella rabbia, mi avrebbe con un solo colpo infranto le ossa, se alcuni dabbene cittadini non mi salvavano dal pericolo. Ho quattro ferite sul corpo.... fra queste una profondissima.... e tutte rilevate per la difesa delle persone, che vedeva ingiuriate e mi sembrava a torto". Questa impulsività, di cui varî esempi ci sono raccontati anche dal Giusti, non l'abbandonò neppure nell'età avanzata: "Giorni sono, scrive al Mangini nel luglio 59, stando a banco in un crocchio e parlando delle cose toscane, uno che non mi conosceva disse: — E che cosa volevate aspettarvi da cotesto paese di Stenterelli?... — Mi sentii punto, e tanto più quanto il rimprovero capiva meritato: che rispondessi non so, so che mi sfidarono a duello ed io accettai: poi amici s'interposero e quietarono la cosa. Ora ho risoluto non uscire più di casa, perchè frenare non mi posso, e questi garbugli alla età e gravità mie disdicono".
Delirio. — A questo medesimo periodo di tempo si riferiscono i patiti deliri — come dalla lettera alla contessa Cotenna, del luglio 54: "Delirio continuo manifestato talora con iscrosci di riso, tal altra con ruggiti, e qualche volta ancora con gemiti di agonia".
Anche il sonno non era più regolare in lui, e più che una volta nelle lettere lamenta le sue insonnie. (Cfr. lettere al Puccini del 44, al Bertani del dec. 50 etc.).
Nevrosi. — Epilessia. — Tutte queste manifestazioni anormali che siamo venuti enumerando ed altre ancora, meno gravi ed importanti, sulle quali credo inutile insistere, derivano in lui, per gran parte, da un'unica origine: la epilessia. (Mondolfo).
Le cause della sua predisposizione ereditaria risultano evidenti: secondo la osservazione del Krafft-Ebing, se entrambi i genitori sono affetti da psicosi, l'eredità morbosa è più intensa: Ora qui abbiamo oltre al nonno alcoolista, forme di epilessia larvata nella famiglia del padre, epilessia psichica nella madre. Altre cause probabili, non più congenite, ma acquisite: i reumi al capo, i dolori morali di cui uno, come vedremo, fu occasione al principio degli accessi etc. Anche i sintomi di questa predisposizione comincian presto a manifestarsi: la precoce impulsività e criminalità (sassaiole e coltellate con gli ebrei), la fuga a 14 anni da la casa paterna per futile disputa, la debolezza irritabile, le frequenti cefalee, e, sopra tutto, le fortissime emicranie oftalmiche (le quali, secondo osserva il Roncoroni, han grande somiglianza con gli accessi epilettici, e più tardi infatti costituiscono nel Guerrazzi i prodromi dell'aura), l'intolleranza all'alcool, l'umore lunatico, tetro, violento, l'ostinazione nelle proprie idee, la slealtà etc. Vertigini e assenze si manifestano pure in età molto giovane: ricordo quelle da cui fu colto nel Teatro anatomico di Pisa, che egli era solito frequentare, quando una fanciulla, che stavano operando, nello spasimo del dolore volse a caso un momento gli occhi verso lui; il deliquio in cui cadde alla notizia, datagli dalla madre, della morte di una sua compagna d'infanzia che dopo molti anni avea riveduta un'unica volta; le vertigini, seguite da un sussulto nervoso che durò parecchi mesi, che lo presero quando tra la folla vide un uomo che somigliava al cugino Pietro suicida. (Mondolfo).
Forme più determinate di epilessia cominciano, al dir di lui, quando muore la donna da lui amata: alla notizia cade in deliquio, cui seguono vertigini; va a vederla, e quando la portan via, nuove vertigini e nuovo deliquio. Tornato a casa è colto da accessi epilettici che gli durano per tre anni: l'aura cominciava con una violentissima emicrania oftalmica; perdeva la conoscenza, stracciando a morsi, nella convulsione, lenzuola, camice, e mordendo perfino sè stesso. Negl'intervalli delle convulsioni era colto, a quel ch'egli dice, da desiderî di suicidio; anche questo evidentemente ereditario. Divenne magro e sfinito, gli imbiancarono precocemente, poi caddero tutti i capelli[44].