L'accesso tipico comincia durante la prigionia, nel 52: "Poche notti sono, — scrive nell'agosto al nipote, — non so che diavolo si fosse, ma sentii percuotermi come un gran picchio nel cervello, rimasi privo di sensi, con la lingua stretta fra i denti e la bocca piena di sangue. Mi trassi sangue, e ieri volli presentarmi al dibattimento; oggi non ho potuto proseguire a cagione della lingua orribilmente lacerata". Altri attacchi seguono pure durante la prigionia, nel 53 (cfr. lettere al Mangini del 5 e 8 maggio, alla Cotenna del 13 giugno, all'Adami, al Roberti, al Montanelli da Bastia, nell'ottobre); altri ancora in Corsica (cfr. lettere all'Orsini, al Menichetti, al Giannini, al Mangini, al Montanelli etc. del nov.) etc.
Riflessi del carattere nello stile e nelle opere. — Di questa sua indole, il cui fondo patologico si basa nella epilessia, un riflesso chiaro, evidente sono le sue opere, concepite, secondo egli stesso dice, "sotto il flagello dell'estro che conturba le viscere e fa tremare i nervi come fronde sbattute alla foresta; quando le arterie delle tempie percuotono forte come se volessero rompere il cranio".
Vi è un passo nelle Memorie al Mazzini, nel quale egli, descrivendo la sua tempra morale ed intelletuale, fa in poche parole una descrizione e un'analisi del suo stile e delle sue opere, quale difficilmente potrebbe darsi, così in breve, più esatta e completa: "uno impasto di appassionato e di sarcastico, di fidente e di scettico, di dommatico e di analitico, di pauroso e di intrepido, di lusso orientale d'imagini, e di formole severe, di raziocinio, di esitanza e d'impeto, di scoraggiamento e di forza convulsa, e di altre moltissime qualità non contrarianti ma in antitesi fra loro, che hanno colorato i fantasmi usciti dal mio cervello".
Mi si permettano ancora alcune brevi citazioni: il giudizio del Giusti sull'Assedio di Firenze: "Il sarcasmo amaro e feroce, il dolore disperato e convulso d'uno che ha perduto la fede di tutti e di tutto, hanno dettato quel libro; va a sbalzi come il polso d'un febbricitante e finisce per bottate rotte e scomposte. Quel libro ti dice l'uomo". Egli stesso scrive a proposito della Beatrice Cenci: Al Massei da Bastia (giugno 54): "La Cenci fu scritta in carcere tra la rabbia, l'ira, l'ansietà, il tedio, con la febbre continua addosso, in mezzo a tale commozione di nervi, che finì con tre colpi di epilessia". E nel luglio: "La Cenci fu composta fra inenarrabili passioni e angosce mortali, e, fuori di figura rettorica, qualche volta scritta con mano agonizzante: la mente delirava e la mia intelligenza era sbattuta fra quel mare di affanno come un annegato".
Del resto a chi legge qualsiasi scritto del Guerrazzi appare, pur senza nulla sapere della sua vita, opera di uomo tutt'altro che normale, comechè poche pagine trova in cui non si alluda ad ossa, a sangue, a stupri, ad uccisioni, vendetta, ferocia.
Ed egli stesso ne conveniva. Nelle sue Memorie, il Giusti riferisce il racconto fattogli una volta dal Guerrazzi, di una orrenda e selvaggia scena di rissa a coltello fra delinquenti, suoi compagni di detenzione: A quegli urli feroci, a quelle atroci bestemmie, fra il cozzar dei corpi e dei ferri, il Guerrazzi diceva di aver teso avidamente l'orecchio, ed essersene sentito inspirar l'estro. "Io, diceva, mi sono sempre inspirato a cose terribili e orrende".
VERLAINE[45]
Come Leopardi, Manzoni e Byron, Verlaine (Verlaine intime, 1898) discende da una famiglia patrizia; e com'essi, anch'egli ebbe una strana precocità. A cinque anni era innamorato di una bimba di quattro: però restando il penultimo della scuola, fino all'università. La tendenza poetica nacque in lui alla pubertà e gli fece dettare a imitazione del Baudelaire i Poemes saturniens, ma a 20 anni si diede all'ubbriachezza comechè, diceva egli, "il vino tendeva le fibre del suo cervello come corde di violino, sicchè le minime impressioni sensorie facevano da archetto e ne spiccavano note fine, delicate, pungenti"; ma più in ragione del valore fonetico che del morale, cadendo già nell'osceno.
Innamoratosi precocemente, si ammogliò; ma tre settimane dopo, la sposa ritenendolo un ubriaco abituale lo abbandonò.
Divenne sotto la Comune direttore dell'ufficio della stampa, e poco dopo contrasse amicizia oscena col poeta Rimbaud, con cui si ubbriacava, rissava e vagabondava; e quando questi volle abbandonarlo, lo colpì con una palla al braccio: sicchè ben comprendesi com'egli cinicamente definisse nel romanzo Sodoma, la sua perversione sessuale come l'effetto di un'esaltazione intellettuale con intendimento classico, esagerato dalle disillusioni dell'amore. Incarcerato, passò d'un tratto alla religione più feticista: voleva confessarsi, comunicare, ogni momento, dettava versi mistici, interrotti ogni tanto da immagini ignobili e lubriche, come nel sonetto: A propos d'un saint. E la tendenza religiosa idillica continuò per poco in casa della madre, che era accorsa a ritirarlo dal carcere. Ma anche con questa non durò in armonia che per un mese, trascendendo poi perfino a vie di fatto; e ripresa la vita vagabonda, rimpiangeva come un paradiso perduto il carcere del Belgio, e perfino l'ospedale dove dopo d'allora veniva ogni tratto ricoverato un po' per reumi e un po' per paralisi alcooliche, molto per miseria non avendo altro soccorso che quello dell'editore Vannier, che male gli pagava i versi, e ch'egli colla sua mancanza di senso morale, male a sua volta ripagava, vendendo ad altri editori i manoscritti già cedutigli.