2. Distrazioni e amnesìe dei genî. — La grande influenza del sogno nel genio si spiega col predominio che ha in lui l'incosciente. Ed è appunto coll'esagerato dominio di questo che si spiega pure come il genio vada soggetto a distrazioni e amnesìe, che giustamente ricordano l'assenza epilettica. — E qui gli esempi sono anche troppi.
"Un giorno — scrive il dott. Veretz[37] — Meissonnier disse a Dumas: "Se Giraud non è morto, devo averlo incontrato ieri, eppure non l'ho conosciuto e l'ho salutato freddamente; dopo mi ricordai che era il viso di un amico, ed ora capisco che dev'essere lui"; e corse a chiedergli scusa".
Grossi distrugge nel cesso molte pagine del suo Marco Visconti. E Torti esce dalla sala di conversazione con due cappelli in mano, e va cercando per tutto il suo cappello (Stampa, S. Manzoni, vol. II).
Walter Scott, udendo cantare in un salotto alcuni versi, disse: "Sono roba di Byron", ed erano suoi. Carlyle a Fronde, che voleva pubblicare le sue Memorie, diceva "che aveva dimenticato tutto quanto aveva scritto in proposito".
Stranissime erano le distrazioni di Manzoni, tanto più che egli era dotato di meravigliosa memoria, così da, saper a mente tutto Virgilio ed Orazio (Vedi vol. I).
In mezzo ad una disputa di materia storica, gii viene in mente di guardare che cosa dice in proposito il Gibbon, e trova il volume... postillato proprio lì da se stesso. "Ecco che cos'è la mia memoria!", esclama poi ridendo.
Un'altra volta spedisce un libro ad un amico "per la posta a foggia di lettera", cagionando una spesa inutile e relativamente grave al destinatario, a cui deve poi chiederne perdono.
Scrivendo al Fauriel, gli accenna a un lavoro che quegli avrebbe tra le mani sopra gli stoici; l'amico, il quale pensa agli stoici come al Gran Turco, casca dalle nuvole; ed egli se ne scusa in questo modo: "Je ne sais pourquoi je vous ai parlé des stoïciens, quand je savais très bien que c'est à ce discours que vous travaillez. Mais c'est que je parle quelquefois comme un oison".
Dimenticanze e distrazioni gli avveniva di commettere persino in ciò che più dappresso riguardava i suoi studi: nelle note storielle premesse all'Adelchi, dopo il cenno del matrimonio di Desiderata o Ermengarda, figlia di Desiderio con Carlo Magno, aveva scritto che: "le cronache di quei tempi variano perfin nei nomi, quando però li dànno". Federico Odorici lo avvertì che ambedue i nomi in tedesco significavano "figlia di Desiderio", e che perciò erano identici. Il Manzoni ringraziò e promise di sopprimere nella nuova edizione l'immeritato rimprovero a' cronisti; ma poi se ne dimenticò, ed ebbe a scusarsi della sua "scappataggine" presso l'Odorici.