Una volta, conversando con un amico, citò una sentenza che gli pareva bella, ma non si rammentava più dove l'avesse trovata. "Sfido! — gli disse l'amico; — è vostra!" (Dialogo dell'invenzione); egli restò confuso, corse al volume delle sue Opere varie, e rispose un po' balbettante: "Quand'è così, la citazione non ha alcun valore", e mutò discorso. Nè questo è il solo, nè il più sorprendente esempio della sua davvero "portentosa" dimenticanza di ciò ch'egli stesso aveva scritto. Una sera, narra il Fabris, a chi gli citava due o tre versi del coro: "Dagli atri muscosi", ecc., egli disse non ricordare punto quei versi. Un'altra sera una signora, che aveva recitato stupendamente a Napoli la parte di Ermengarda, gli diede il proprio ritratto, con sotto scritti alcuni versi di questo personaggio; invano i famigliari gli ricordavano che erano suoi; egli sostenne risolutamente di non averli mai scritti, finchè dovette cedere all'evidenza, "quando gli additai — scrive Fabris — il luogo preciso della tragedia dove si trovavano. Un'altra volta lo trovai circondato da un mucchio di libri, e tutt'intento a cercare un passo di un autore, ch'egli aveva in mente: e richiesto da lui se lo sapessi trovare, gli indicai una delle sue opere, al che egli, stentando a prestar fede, andò a cercare il volume, nè si acquetò fino a che non gli ebbi mostrata la pagina"[38].

Delle distrazioni di Ponchielli e Galuppi si fecero intere monografie. Così — secondo Mandelli[39] — Ponchielli usciva alle volte in uniforme e col cappello a tuba e in pantofole; piovendo, tenne più volte l'ombrello chiuso, bagnandosi tutto; prendendo il caffè mentre giocava, soleva spesso gessare la stecca del bigliardo con lo zucchero, disperandosi di non riuscirvi. Un giorno è invitato a pranzo; egli va invece all'ora indicata alla trattoria, dove sta mangiando gli ultimi bocconi, quando lo vengono a cercare; un altro giorno mangia con un suo invitato, vicino ad un colonnello che non conosceva; gli prende il vino e se lo beve tutto; e quando il colonnello ordina una seconda bottiglia, egli ne fa le più alte meraviglie. Recandosi a Lecco, mentre passa per una via, infila una bottega da barbiere e batte il capo su un cristallo, credendo svoltare in una via vicina. Un'altra volta entra in un caffè, beve il caffè di un vicino di tavola e, per soprassello, intasca il danaro da questo depositato per il pagamento: dovendo assentarsi dal Conservatorio di Milano, domanda il permesso al sindaco di Cremona, che trova per via e da cui dipendeva anni prima come maestro della banda musicale. Avendogli Usiglio telegrafato da Forlì: "Gran successo della vostra Gioconda", egli risponde telegrafandogli: "Congratulazioni pel successo delle Donne curiose" (che era un'opera dell'Usiglio), e ne dirige il telegramma a... Ponchielli, Forlì. Passeggia per un'ora intera sotto la galleria a Milano con un amico, e dopo gli si volge all'improvviso: "Oh, buon giorno, da quando sei qui?". "Ma come? Se da più di un'ora siamo assieme, e te n'accorgi solo in questo momento?". Evidentemente era sotto un accesso amnesico. Il mattino susseguente al successo di Marion Delorme un amico lo ferma e se ne congratula, ma egli dice: "Come? Bisogna vedere stasera quando l'opera sarà andata in scena". Si dimenticava che era stata eseguita.

Beethoven dimentica un dì non solo il cappello, ma quasi tutti i vestiti nel prato, sicchè all'entrata in città viene arrestato come vagabondo scandaloso; spesso dimenticava le proprie composizioni, che la cuoca adoperava per accendere il fuoco; non poteva toccare i mobili senza romperli, compreso il pianoforte contro cui gettava il suo scrittoio; entrato in un'osteria pel pranzo, spesso, invece di mangiare, scriveva; indi domandava il conto, meravigliandosi poi, come già accadde a Newton, di non aver mangiato.

Di Galuppi, il Francesco Pietro-Paolo[40] narra che recossi a Monteleone con la figlia, e, accompagnatala in chiesa, ve la dimenticò e si partì per ritornare a Tropea, lasciandola sola. Durante il ritorno, poi, si ricordò di lei, ma, essendo vicino a Tropea, non potè tornare a Monteleone. Possedeva nella vicina borgata di Caria una proprietà estiva, e nella stagione vi si recava spesso; il viaggio durava sempre il doppio dell'ordinario, perchè, non appena prendeva la campagna, abbandonava le redini della giumenta, che si dava tranquillamente al pascolo pei terreni coltivati. Sorpreso una volta da un contadino, che aveva gridato invano ripetute volte per indurlo a toglierla dal seminato, si avvide solo allora della lunga distrazione a cui si era abbandonato; arrossì e, chiedendo scusa all'irritato contadino, lo pregò di accettare un compenso per il danno commesso. Spesso usciva anch'egli di casa con le pantofole o senza il cappello.


3. Incoscienza nel genio. — Ma a proposito del predominio dell'incosciente nel genio, il critico più profondo delle mie teorie, il Sergi, mi obbietta che l'incosciente, come l'esplosione, non è esclusivo all'uomo di genio, trovandosi anche nelle persone volgari: senonchè posso rispondergli, come già a quanti obbiettavanmi spesseggiare i suicidi, la pazzia, la nevrosi, oltre che nel genio, anche nell'uomo comune, che, essendo umani anche i genî, hanno naturalmente i caratteri degli altri uomini; ma è la proporzione intensa in cui vi si trovano l'incosciente e l'esplosione che varia. Ed è sopratutto grande la differenza negli effetti utili; mentre l'incosciente nell'uomo del volgo vi darà un lavoro di poca importanza, un saluto, un augurio e, alla peggio, un pugno o una bestemmia; grazie alle cellule psichiche più numerose, qui vi darà la teoria della gravità, la battaglia di Marengo, o la Sonata del diavolo.

Il lavoro mentale, osserva giustamente Saint-Paul[41], è compiuto in gran parte dal cervello senza che noi ne abbiamo coscienza; siamo come il filo elettrico che trasmette il segno, ma che non avverte cosa questo segno significhi, nè cosa dirà combinato con altri segni. Noi trasmettiamo una sensazione al cervello, e questa sensazione viene elaborata, trasformata in pensiero.

L'uomo, insomma, è una specie di medium del cervello; e a quei che domandano perchè — se un'opera d'arte è il frutto d'un pensiero meccanico quasi istintivo — tutti non producano opere d'arte, si potrebbe ben rispondere che non tutte le persone potrebbero essere medium.

Che il genio crei inconscio, sotto l'impulso di un istinto, fu notato da molti genî stessi. Wagner scrive: "Nell'artista lo stimolo al creare è affatto incosciente e istintivo, e perfin quando egli ha bisogno di riflettere per dare forma d'arte all'immagine che ha intuito, non è propriamente la riflessione che lo indurrà alla scelta definitiva dei suoi mezzi d'espressione, ma sempre più un impulso istintivo" (Musica dell'avvenire).

Il grande scultore Leonardo Bistolfi spiegava alla mia Paola[42]: "Quando creo, non so mai bene cosa voglio fare: prendo della terra e lascio che le mie mani tastino, facciano, per ore, per dei giorni interi; non riesco a nulla; ad un certo momento basta che io sposti l'argilla per capire che cosa debbo fare e a un tratto vi trovo dentro quello che cercavo confusamente"; ed egli mi raccontava poi come, avendo dovuto fare un monumento sepolcrale, andò a vedere il posto in cui il monumento doveva sorgere, nel cimitero di un villaggio, e sentì una certa impressione particolare. Dopo qualche tempo egli fece un bozzetto (che fu poi la Sfinge), le cui difficoltà erano immense; egli non poteva capacitarsi del perchè si sentisse così ciecamente spinto a fare una cosa che tutti gli dicevano aver proporzioni assurde; il che anche a lui pure pareva: la testa era piccola, la persona troppo lunga; solo quando la statua fu portata al suo posto, egli capì perchè l'avesse fatta così: così, infatti, la volevano il posto, il paesaggio, le ombre, onde ottenere quella data impressione di riposo, di pace: il pensiero incosciente aveva dunque sempre avuto dinanzi agli occhi il posto e l'aveva spinto così ciecamente: gli pareva di non rendersi ragione di ciò che faceva; ed invece egli ragionava giusto, ma incoscientemente.