A questo proposito, del come, cioè, si compie inconscio il lavoro mentale, sono interessanti a conoscersi certe risposte date al Saint-Paul da molti studiosi, letterati ed artisti sul loro modo di ricordare, concepire, scrivere, ideare. "La mia memoria — dice Zola — fin da bambino era come una spugna che si gonfia e poi si vuota. Quando io evoco gli oggetti che ho veduto, li rivedo tali e quali con le loro linee, le loro forme, i loro colori, i loro odori, i loro suoni; è una materializzazione ad oltranza: il sole che le illumina quasi mi accieca, il loro odore mi soffoca, i dettagli mi si appiccicano e mi impediscono di vedere l'insieme, e, per riaverlo, mi occorre che passi un certo tempo; allora nell'insieme le grandi linee si staccano nette. Questa possibilità di evocazione non dura, mentre l'immagine è di una esattezza, di una intensità immensa, ma poi sbiadisce, sparisce... e se ne va".
E Coquelin, il grande attore francese: "Ho notato questo: leggo un dramma dove io ho una parte; allora vedo venire il personaggio vestito, vivo, coi suoi gesti, i suoi tic, il colore del suo vestito. È una rievocazione, una visione immediata. Comincio a studiare la parte; per tutta la durata di entrata nel cervello, di immagazzinamento nella testa (periodo della parte imparata a memoria), la visione sparisce. Io son pieno di inquietudini, di turbamento; passano dei giorni, il lavoro di gestazione si compie in me. La mattina, ad un tratto, la visione mi ripassa, il personaggio è tornato; lo porto a teatro e mi fa manovrare come vuole".
Henaut confessavagli: "Io ho spiccatissima la cerebrazione incosciente: essa procede in me esattamente come qualcuno che cerca risolvere un problema algebrico e che, una volta trovata la equazione, la scrive sulla lavagna. Per questo, mentre scrivo, i miei pensieri prendono un'espressione precisa e spesso definitiva; non faccio quasi mai una seconda copia: quando la bisogna non corre, strappo la pagina incominciata e la ricomincio".
Un altro poeta celebre: "Io ho scritto molti versi, commedie, ecc., ma mi è impossibile di creare immediatamente su un tema dato, anche molto chiaro, qualche cosa. Il concetto generale, che è venuto alla mia mente sotto forma di parola, di un titolo, deve restarvi per un tempo più o meno lungo; un periodo di cristallizzazione cerebrale, di incubazione latente, assolutamente latente nel senso che io non lavoro il mio soggetto, non vi penso più e non mi ritorna in mente che come un dato indeciso, mi è indispensabile. Quando il frutto è maturo; lo sento istintivamente; prendo la penna e sboccia come una da sorgente".
Rambusson confessa: "Mi par qualche volta che io non intenda le parole e non ho coscienza di quello che dicono se non quando esse mi passano sulle labbra. È come un nascere spontaneo del pensiero".
E un altro ancora: "Io mi meraviglio qualche volta dell'espressione di quello che ho detto; non sapevo di doverlo dire".
Un altro: "Io son sempre meravigliato dello sviluppo che in qualche modo naturalmente ricevono da me cose che mi parevano mal preparate".
Guglielmo Lunet scrive: "A mano a mano ch'io scrivo, i personaggi assumono il loro carattere, gii episodi mi nascono, per così dire, sotto la penna coi dialoghi, le scene, il dramma; esso mi si svolge, insomma, mentre scrivo come se una parola ne portasse un'altra, e il mio pensiero scritto un altro pensiero".
"Nello scrivere — dichiarava Leopardi — non ho mai seguito altro che una ispirazione o frenesìa, sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e la distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, io soglio sempre aspettare che mi torni un altro momento di vena, e, tornandomi (il che ordinariamente non succede che di là di qualche mese), mi pongo allora a comporre, ma con tanta lentezza che non mi è possibile terminare una poesia, benchè brevissima, in meno di due o tre settimane. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da sè, più facilmente escirebbe acqua da un tronco che un solo verso dal mio cervello".
Questa, che Leopardi chiamava una sua infelicità particolare, fu comune a parecchi altri genî. È meravigliosa la rassomiglianza di questa descrizione del poeta del dolore, con quella che la Sand fa del musicista del dolore, il Chopin, la cui opera spontanea e miracolosa, non cercata, non preveduta, cadente sul piano improvvisa ed intera, soggiaceva poi a mesi e settimane di revisione pei dettagli. Essa provocava nell'autore sforzi inauditi, durante i quali, chiuso in una stanza, passeggiava, piangeva e rompeva le penne[43].